SINTESI. Uno dei principi della nostra Costituzione (art. 11) è il pacifismo. Si tratta di un pacifismo ‘relativo’, non ‘assoluto’. Muove dai valori della Resistenza e non esclude il ricorso alla forza per legittima difesa. La fase di grande instabilità che stiamo attraversando pone alle forze della sinistra democratica il problema della sicurezza, come elemento ineludibile di un programma politico di governo. Nessuno degli stati europei può provvedere alla propria difesa da solo: occorre un sistema europeo di sicurezza, che abbia una certa autonomia rispetto alla NATO. Più in generale, è necessario elaborare i principi di una politica estera di sinistra, basata sui diritti umani e lo sviluppo sostenibile.

1.Un ‘pacifismo relativo’. Il conflitto israelo-palestinese e la guerra in Ucraina ridefiniscono i rapporti di forza in Europa e impongono alla sinistra democratica complesse scelte etiche e politiche. Ci si deve mobilitare per il cessate il fuoco a Gaza, ma questo non basta: occorre condannare la pulizia etnica e la colonizzazione arbitraria della Cisgiordania, e nello stesso tempo anche l’antisemitismo e il terrorismo. Se i Palestinesi hanno diritto ad avere uno Stato indipendente e sovrano, Israele ha diritto ad esistere in sicurezza.

Per quanto riguarda la questione ucraina, la premessa di ogni ragionamento serio e onesto è che l’aggressione è dovuta soprattutto all’esigenza di ripristinare una sfera di egemonia imperiale russa. Lo testimoniano anche le conquiste territoriali in Georgia, l’occupazione di fatto della Transnistria, l’invio di mercenari in Libia e in tutti paesi del Sahel. Alla Russia non basta che l’Ucraina non aderisca alla NATO, che conceda una forma di autonomia al Donbass, o che perda una parte dei suoi territori. Il progetto imperiale di Putin consiste nel ridurre a una condizione di sovranità limitata una serie di altri stati, alcuni dei quali membri dell’UE, a partire dai paesi baltici e dalla Finlandia. Ed è  anche una guerra contro il modello europeo di  democrazia liberale.

È chiaro che culturalmente nessuno di noi è preparato a guardare in faccia la realtà della guerra, perché abbiamo tutti paura (tranne qualche isolato mentecatto), e perché siamo una nazione profondamente pacifista. Ma è opportuno fare chiarezza su alcuni punti fondamentali del dibattito politico in materia di pace e guerra, che riassumerei sinteticamente così: l’articolo 11, la partecipazione alla NATO, l’imperialismo, l’ONU, il futuro dell’Europa.

Come è noto, l’art. 11 della Costituzione dichiara:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

L’art. 11 enuncia un principio supremo (cioè inderogabile e irrivedibile) del nostro ordinamento, che è anche un principio generale del diritto internazionale. Che la guerra sia un crimine, infatti, viene stabilito da norme derivanti da trattati, come la Carta delle Nazioni Unite (1945) e lo Statuto della Corte Penale Internazionale (1998)[1].

Ma questo “principio pacifista” non consiste nel respingere l’uso delle armi semplicemente in tutti i casi. Infatti, l’art. 52 della Costituzione stabilisce che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”. Esistono, perciò,  un esercito, un codice penale militare di pace e uno di guerra, ed infine un dicastero apposito, denominato – non a caso – Ministero della Difesa. L’art. 87, comma 9 della Costituzione stabilisce che il Presidente della Repubblica “Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere” e che “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Insomma, l’Italia non intraprende guerre, ma deve essere pronta a difendersi dagli atti di guerra altrui; rinuncia in ogni caso all’aggressione armata, ma non certo alla difesa; ripudia la guerra, ma deve potersi difendere se questa si verifica contro la sua volontà. Naturalmente la difesa proporzionata e limitata nel tempo contro un’aggressione militare è cosa diversa dall’attacco preventivo, o dalla continuazione delle ostilità oltre il necessario.

Questi concetti erano chiarissimi il primo gennaio nel 1948, quando entrò in vigore la Costituzione, e il 4 aprile del 1949, quando l’Italia aderì alla NATO, un’ alleanza militare difensiva che, all’art. 5 del trattato di Washington obbligava tutti gli stati aderenti alla mutua difesa in caso di attacco. Il principio era lo stesso che l’Italia approvò quando, il 14 dicembre 1955, entrò a far parte dell’ONU, accettandone la Carta che, nel 1945, aveva messo al bando come crimine la guerra, ma aveva consentito all’autodifesa. Nel sistema dell’ONU, al Consiglio di Sicurezza era affidata la potestà esclusiva di promuovere sanzioni anche a carattere militare contro chi violasse la pace e la sicurezza internazionale. Questo principio legittimava non solo l’intervento armato in autotutela, ma anche il soccorso di Stati aggrediti (art. 51 dello Statuto). All’occorrenza, un’autorità universale, dotata di ampio prestigio politico e morale, si sarebbe assunta la responsabilità di intervenire a ristabilire la pace, anche impiegando la forza.

Lo stesso concetto venne accolto dal Trattato dell’Unione Europea, che nel 1992 prescrisse che, in caso di aggressione armata contro uno degli Stati dell’UE, gli altri erano tenuti ad assisterlo con tutti i mezzi a disposizione (art. 42.7).

Non siamo in guerra, esattamente come non lo erano gli Stati Uniti di Roosevelt quando funzionarono come “l’arsenale della democrazia” (1939-41), fornendo aiuti economici e armamenti alla Gran Bretagna, e consentendole di resistere a Hitler; oppure quando sanzionarono sul piano economico l’espansionismo giapponese, prima che l’attacco di Pearl Harbour li costringesse ad intervenire direttamente. L’aiuto all’Ucraina non viola l’art. 11 della Costituzione, perché l’Italia sta assistendo in vario modo – dalla fornitura di armamenti all’accoglienza dei profughi – una nazione invasa, che legittimamente si difende. È contro l’Ucraina che effettivamente si è usata la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Già una volta l’Occidente ha adottato una politica di neutralità tra aggrediti e aggressori: fu durante la guerra di Bosnia. L’embargo sulle armi decretato alla fine del 1991 dal Consiglio di Sicurezza servì solo a disarmare gli aggrediti bosniaci (islamici) e non gli aggressori serbi croati (cristiani).  Fu una scelta consapevole da parte non solo della Russia, ma anche della Francia e della Gran Bretagna, che opposero il veto alla revoca dell’embargo. Il genocidio, culminato nel massacro di Srebrenica (1995), fu la conseguenza niente affatto imprevista di queste scelte. Fu solo dopo che la NATO intervenne, su mandato dell’ONU, consentendo di arrivare agli accordi di Dayton.

Insomma, la Costituzione italiana non fa suo il concetto dogmatico di ‘pacifismo assoluto’ (non usare la forza assolutamente mai), ma quello pragmatico di ‘pacifismo relativo’ (non usare la forza, se non in circostanze estreme). Era la posizione  di Bertrand Russel e di Albert Einstein, che ritennero giusto prendere le armi contro Hitler, oppure di Marco Pannella, che esortò a resistere all’aggressione di Milosevic, non esitando a indossare la divisa dell’esercito croato.

Il pacifismo relativo non è altro che la dottrina tradizionale della Chiesa, sistematizzata da Tommaso d’Aquino e ripetuta fedelmente nel Catechismo Ufficiale della Chiesa Cattolica, che dedica ad essa gli articoli 2302 ss. sulla guerra giusta (i cui requisiti sono enunciati nell’art. 2309), che individuano l’aggressione come peccato e la difesa, anche militare, come dovere[2]. Né l’Italia, né il Vaticano, né l’ONU hanno mai pensato di eliminare il ricorso alla forza come reazione giusta e proporzionata alle aggressioni, o come assistenza a chi subisce queste violazioni. Il problema non è di etica generale (se resistere, o se aiutare), ma come farlo.

L’idea di pacifismo assoluto è solo un’interpretazione molto radicale e piuttosto recente del pensiero gandhiano. Ma neanche l’idea del Satyagraha si identifica semplicemente, come siamo abituati a pensare, con la resistenza passiva in ogni circostanza. Gandhi distingue tre motivi diversi per rinunciare all’uso della forza: la “nonviolenza del codardo”, che se ne astiene per egoismo; la “nonviolenza del debole”, che è praticata da chi non è in grado di reagire con violenza; la “nonviolenza del forte o del coraggioso”, tipica di chi sarebbe in grado di combattere, ma rinuncia per motivi di carattere religioso, oppure perché ritiene che esistano metodi di lotta più efficaci[3].

2. L’Ucraina e l’Europa. La guerra in Ucraina può essere letta come un episodio di un vasto conflitto tra imperi: perché tali sono sia la Russia che gli USA, anche se hanno una forma giuridica di Stati nazione. Inoltre, almeno rispetto agli USA, questa è una ‘guerra per procura’ (proxy war), volta a delimitare le reciproche aree di influenza. Negli Imperi, un popolo dominante riesce a conquistare o ad assoggettare politicamente altri popoli, estendendo l’egemonia anche a marche di confine alleate, più o meno soggette, ma non ufficialmente integrate. Il sovrano dell’impero esercita, quindi, il proprio potere su una pluralità di stati e di etnie, non necessariamente facendo uso della forza, perché la ‘pace imperiale’ ha anche l’effetto di proteggere i più deboli e di garantire lo sviluppo dei commerci. Accettare l’egemonia del più forte può convenire anche al debole. Gli Imperi hanno un problema: non necessariamente i costi dell’egemonia ne bilanciano i ricavi economici. Nel caso della Russia è evidente che la carenza demografica e la base economica sono sproporzionatamente inadeguate al mantenimento di un Impero scarsamente popolato, che si regge solo sulle armi e sul gas. Stabilire fino a che punto gli USA siano corresponsabili della piega che hanno preso gli avvenimenti ha un i’importanza relativa. L’attacco all’Ucraina nasce probabilmente dalla presa d’atto di questa situazione di crisi, nella quale la Russia minaccia di dissolversi come impero e di essere ricondotta alla condizione di un normale Stato nazione dei Russi. E poi, c’è impero e impero. Non è privo d’importanza il fatto che oggi ci sia la fila per aderire alla NATO, mentre diversi popoli già sotto il dominio russo siano terrorizzati dalla prospettiva di ritornare alla situazione precedente.

L’espansionismo russo viene giustificato da Putin non solo come reazione a un preteso accerchiamento (la Russia è lo stato più esteso del mondo), ma anche come esigenza di “spazio vitale” e come espressione di uno scontro tra civiltà. Negli ultimi decenni si è affermata, sia in campo russo che americano, la teoria del conflitto inevitabile e mortale tra aree geopolitiche caratterizzate da diverse concezioni del mondo, sostanzialmente a base religiosa. Nel caso americano, gioca l’antica tradizione dell’eccezionalismo (l’America avrebbe un “destino manifesto”, una missione civilizzatrice cui nessuno in buona fede potrebbe resistere), riportata in voga da Samuel Huntington nel celebre e sopravvalutato Clash of Civilisations. È un’ideologia antica – basti pensare all’Eneide di Virgilio – ma funziona sempre.

3. Imperi. Nel caso russo, si sta riciclando la tradizionale ideologia imperiale (Mosca è la terza Roma, destinata a unificare non solo il mondo russo, ma quello slavo e quello cristiano-ortodosso), che pretende di essere una una “guerra santa” contro l’Occidente ateo e lussurioso. L’idea dello scontro di imperi legittimati da concessioni religiose e politiche diverse è quanto di più pericoloso e lontano dagli interessi europei, anche perché non è detto che gli interessi di USA ed UE debbano sempre coincidere. A noi, ad esempio, converrebbe che si arrivasse rapidamente ad un’accettabile compromesso in Ucraina, che circoscrivesse l’incendio. Converrebbe anche ridiscutere l’assetto geopolitico dell’Europa in una conferenza continentale sulla mutua sicurezza, che non emarginasse la Russia. Su una cosa Putin ha ragione: né gli USA (sotto lo pseudonimo di NATO) né nessun altra potenza da sola è in grado di assicurare l’ordine mondiale. Contraddittoriamente, Lavrov ha parlato della necessità di dare vita ad un “ordine mondiale multipolare e democratico”. Il mondo è già multipolare, e contro l’Occidente si sta saldando il formidabile fronte dei BRICS. Perciò la pretesa di mantenere o ricostituire sfere di influenza inviolabili, al cui interno le grandi potenze tengano soggetti gli altri stati in condizioni di sovranità limitata, è anacronistica e non favorisce la pace.

Abbiamo visto che gli USA sono per noi indispensabili, ma che non sono disposti a proteggerci in ogni circostanza, e comunque non gratis. Perciò bisognerà ridefinire che Europa siamo, e in che NATO ci troviamo. Se dovesse concretizzarsi il progetto di una NATO globale, con responsabilità e capacità d’intervento anche nell’Indo-Pacifico, allora tutta la normativa costituzionale in materia di guerra e pace sarebbe sottoposta ad una torsione ancora più forte.

L’idea di bloccare la corsa agli armamenti e i conflitti tra imperi è seducente, ma senza un’Europa che si federi sulla base dei propri valori, non si potrà mai arrivare a questo risultato. Per il momento, quello che l’espansionismo neo-zarista sta ottenendo è un rafforzamento della Cina e la riduzione della Russia ad un ruolo ancillare, che potrebbe portarla ad un nuovo collasso.

4. Non-pace, non-guerra. A partire dalla fase finale della guerra fredda, la previsione costituzionale in materia di guerra, che sembrava così moralmente limpida e di chiara applicazione, cominciò a rivelarsi problematica, per tre fondamentali motivi: gli obblighi assunti all’interno della NATO e della stessa ONU; la paralisi del Consiglio di Sicurezza; le mutate caratteristiche della guerra.

Un importante contributo alla confusione è stato dato dal “nuovo modello di difesa” della NATO, un’interpretazione evolutiva del trattato di Washington, adottata nel 1990. Questa nuova dottrina prevedeva un ampliamento del raggio d’azione dell’organizzazione, al di là dei limiti imposti dall’art. 5, per fronteggiare i problemi posti dal terrorismo internazionale. In quegli anni – nei quali si sviluppò la convinzione che gli USA fossero ormai un egemone incontrastato – si ripropose il concetto medievale di guerra giusta, sotto le specie di guerra per i diritti umani e di guerra preventiva[4].

Tutto questo fece sì che in Italia il procedimento previsto dalla Costituzione per la dichiarazione dello stato di guerra fosse ormai percepito come inadeguato e inapplicabile[5]. Non che si fosse verificata una pretesa desuetudine dell’art. 87 della Costituzione (inconcepibile nel nostro ordinamento, a maggior ragione quando si tratta di norme costituzionali)[6]. Ma la caduta del Muro indusse molti a pensare che gli USA fossero ormai l’Impero universale, le cui decisioni in materia di pace e di guerra non richiedessero nessuna formale giustificazione. Contemporaneamente il meccanismo previsto dall’ONU per sanzionare l’aggressione i crimini contro l’umanità  si rivelava irrimediabilmente inceppato, a causa del diritto di veto sistematicamente applicato dalle maggiori potenze all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU[7].

Senza volere con questo distribuire torti e ragioni sul piano morale, la guerra del Golfo, quella del Kosovo, quella dell’Afghanistan e quella contro l’Iraq (2002-2003) furono delle ‘guerre di globalizzazione’[8], volte a creare un nuovo ordine internazionale dominato dagli USA e dalla NATO, nel consto, ma talora anche esplicitamente al di fuori del quadro normativo del diritto internazionale ‘onusiano’. In particolare, nella guerra del Kosovo del 1999 la NATO fece ricorso al concetto di ingerenza umanitaria, muovendosi senza autorizzazione. L’Italia partecipò, pur negando che si trattasse di una vera e propria guerra, il che tuttavia non escluse l’applicazione del Codice Penale Militare di Guerra. Si arrivò, quindi, a modificare il Codice Penale Militare di Guerra, riformulando l’art. 165: “ai fini della legge penale militare di guerra per conflitto armato si intende il conflitto in cui almeno una delle parti fa uso militarmente organizzato e prolungato delle armi nei confronti di un’altra per lo svolgimento di operazioni belliche”. Quindi, in caso di conflitto armato di una certa entità, anche senza la dichiarazione formale dello stato di guerra, si potevano applicare le normative del Codice penale di militare di guerra. Si dovette introdurre il concetto di conflitto armato, distinguendolo implicitamente da quello di guerra vera e propria. Ci trovammo in uno stato di ‘non-pace, non-guerra’, che si ripeterà altre volte[9].

Il problema non stava stava tanto nell’art. 11 che, come abbiamo visto, non esclude in senso assoluto l’uso della forza. In Kosovo non si trattava di risolvere con la guerra una controversia internazionale, bensì di impedire un genocidio, vista la paralisi dell’ONU. Ma in Italia ci fu comunque uno scavalcamento delle competenze del Parlamento da parte del Governo, che prese l’iniziativa e non ammise mai esplicitamente che si trattasse di una situazione di guerra.

Coerentemente, nella legge 14 novembre 2000 n. 331, sul servizio militare professionale, si ammise la possibilità di reintroduzione del servizio di leva “qualora sia deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’art. 78 della Costituzione”, oppure “qualora una grave crisi internazionale nella quale l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad un organizzazione internazionale, giustifichi un aumento della consistenza numerica delle forze armate”.

La Commissione Difesa della Camera, con risoluzione del 16 gennaio 2001 previde infine un iter formale per l’approvazione di missioni militari del genere, decise dal Governo: informazione del Presidente, deliberazione governativa, informazione alle Camere, approvazione del Parlamento in aula o in commissione, decreto legge per la copertura finanziaria. In pratica il Governo agisce in via d’urgenza e informa il Parlamento (come nel caso dell’intervento in Afghanistan) di una decisione presa in sede NATO, senza alcuna dichiarazione dello stato di guerra.

Per questo, si è addirittura parlato di obsolescenza (De Vergottini[10]) dell’art. 78 della Costituzione. Sicché paradossalmente la procedura della dichiarazione dello stato di guerra dovrebbe valere solo in caso di guerra difensiva, ma non per la ‘guerra preventiva’ o altre operazioni militari richieste dall’appartenenza alla NATO. De Vergottini ha argomentato che il fatto di avere liberamente aderito alla NATO – e a rigore, alla stessa ONU – impedisce l’applicazione dell’art. 78 della Costituzione, consegnando la decisione di partecipare ai conflitti a un organismo internazionale preposto al mantenimento della pace e della sicurezza. A questo punto, il riconoscimento di trovarsi in una situazione di conflitto armato, con le conseguenze giuridiche e amministrative che ne derivano, si potrebbe effettuare mediante un procedimento diverso da quello previsto dalla Costituzione. Il dettato costituzionale si applicherebbe, dunque, ad eventuali conflitti non previsti dall’ONU o dalla NATO.

Certamente è un’analisi realistica della situazione. Resta il fatto che  meccanismo di decisione e di controllo è palesemente inadeguato. Non che il Parlamento sia completamente esautorato dal Governo: infatti esiste una Commissione bicamerale permanente in materia. Ma sono state assegnate assegnate delle funzioni molto vaghe e mutevoli al Presidente della Repubblica e al Consiglio Supremo di Difesa, che avrebbe dovuto essere un organismo consultivo, e non un organo di indirizzo politico[11]. In particolare, nel caso della guerra contro l’Iraq del 2003, la motivazione fu la necessità di impedire a Saddam Hussein l’uso di armi di distruzione di massa, facendo ricorso a una Coalizione dei volonterosi (tra i quali l’Italia, con l’operazione Antica Babilonia)[12]. Il Consiglio di Sicurezza aveva respinto una richiesta d’intervento, quindi l’Italia si mosse in una situazione di aperta illegalità, benché il nostro intervento si limitasse a un’azione di assistenza umanitaria.

5. Vecchie e nuove forme di guerra. La rottura dell’ordine internazionale riporta alla ribalta le forme più barbare di conflitto. La Russia di Putin è stata accusata da Biden di genocidio. Qui bisogna distinguere tra due problemi: giuridico e di opportunità, Dal punto di vista europeo, non sembra opportuno caricare di insulti più o meno meritati l’aggressore, perché abbiamo il massimo interesse ad arrivare il più presto possibile al cessate il fuoco e a vere trattative di pace. Dal punto di vista giuridico, molti episodi della condotta della guerra da parte russa possono iscriversi nella definizione di crimini internazionali, di cui agli articoli 6 e 7 dello Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998. Si tratta certamente di aggressione, crimini di guerra (in violazione delle Convenzioni di Ginevra) e crimini contro l’umanità (genocidio, persecuzioni e atti inumani contro intere popolazioni). Ma, proprio a giudicare dalle dichiarazioni dello stesso Putin sul fatto che l’Ucraina come nazione non esiste o non dovrebbe esistere, potrebbero esserci anche gli estremi del genocidio. La Convenzione contro il genocidio (1948) prevede infatti:

Art. II Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Art. III Saranno puniti i seguenti atti: a) il genocidio; b) l’intesa mirante a commettere genocidio; c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio; d) il tentativo di genocidio; e) la complicità nel genocidio.

Si noti che il concetto corrente di genocidio non coincide con quello giuridico, Non è necessario che la distruzione di un popolo riesca effettivamente perché ci sia genocidio. Ma occorre compiere una serie di atti di violenza, qui elencati, con l’intenzione di volere ottenere questo risultato. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per Hamas e per Israele, L’attacco del 7 ottobre al grido di “Ammazza l’ebreo” e la stessa dichiarata volontà di distruggere Israele lascia pochi dubbi che si voglia perseguire coerentemente questa linea. Ciò vale anche per Israele,  accusata davanti alla Corte Internazionale di giustizia di avere intrapreso una politica genocida. Al riguardo è bene essere molto prudenti nell’uso dei termini: è evidente il carattere politicamente dirompente e in parte strumentale di quest’accusa. Crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati compiuti, ma il genocidio dovrebbe essere un’altra cosa. Ma la reazione del governo Netanyahu si sta rivelando sempre di più come l’occasione per una politica di pulizia etnica che, giorno dopo giorno, rischia di avvalorare la tesi del Sudafrica.

L’incertezza sulle norme in materia è tanto più pericolosa, in quanto si è verificato un cambiamento vistoso nella natura della guerra, che ha fatto sì che il confine tra guerra e pace si faccia sempre più evanescente. Questo vale particolarmente per le guerre ‘asimmetriche’, cioè condotte da – o mediante – soggetti non statuali, come è stato teorizzato in un famoso saggio di dottrina militare cinese[13].

La guerra è diventata anche ‘ibrida’, come ha teorizzato il generale Valerj Gerasimov, cioè si fa ricorso a mezzi di offesa nuovi, che non necessariamente portano allo scontro dichiarato, che generalmente si propone di debellare l’avversario, occupando la capitale o parte del territorio. Attacchi cibernetici, terrorismo, sostegno alla guerriglia, diffusione di fake news, interventi occulti nei processi elettorali diventano mezzi di una ‘non-pace, non-guerra’. Tipico di questa forma di conflitto  è l’escalation di misure sempre più aggressive, che può rendere necessario il ricorso a un attacco preventivo, e che rende comunque difficile capire – se non troppo tardi – quando si entra in pieno nella situazione di guerra aperta. Una simile situazione di non-pace e non-guerra si è verificata, vedendola dal punto di vista italiano, in Ucraina, Stato aggredito e quindi in situazione di guerra. L’UE ha reagito con sanzioni e economiche e mediante la cosiddetta “European peace facility“, volta a finanziare misure di supporto logistico all’Ucraina, anche in vista di possibili azioni nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza Comune. Il Governo italiano ha  aderito a questa scelta politica, fornendo, con il  decreto legge 14/2022, equipaggiamenti non letali all’Ucraina e l’invio di militari a presidiare i confini terrestri ed aerei di altri paesi NATO. Con il decreto 16/2022 ha disposto l’invio in Ucraina di “mezzi, materiali e equipaggiamenti militari” (decisione poi ratificata dal Parlamento), affidando il compito al Ministero della Difesa.

A complicare ulteriormente la situazione è la prospettiva che in tempi rapidi si costituisca una “NATO globale”, cioè l’organizzazione si allarga a una serie di paesi dell’Estremo Oriente e del Pacifico aderiscano in funzione anti-cinese. Un progetto di questo genere presuppone la convinzione che la costituzione di un’alleanza russo-cinese sia una realtà consolidata e irrimediabile, e che quindi alla crisi ucraina si aggiungerà prima o poi un’analoga crisi per Taiwan.  A questo punto, richiedendosi decisioni capitali in tempi estremamente brevi, il dettato costituzionale italiano diventerà praticamente inapplicabile.

6. La difesa europea. Se vogliamo che la Repubblica italiana assicuri protezione ai suoi cittadini, non possiamo limitarci a gridare “pace, pace”. Questo serve solo a calmare la paura e a sentirci migliori. Essere percepiti come una preda indifesa non ci assicurerebbe la pace, ma, come sappiamo in Italia per esperienza secolare, ci trasformerebbe in territorio di conquista, perché la pace non basta volerla: richiede una politica di pacificazione e di dissuasione. Finora abbiamo risolto il problema della dissuasione delegando sostanzialmente agli USA la nostra difesa, e quindi rinunciando alla sovranità in un campo decisivo. Ma la situazione è molto cambiata, rispetto a prima della caduta del Muro di Berlino. Oggi non è scontata la protezione USA e non è possibile recuperare la sovranità assoluta insieme con la sicurezza perduta. Occorre essere parte di un’Europa più coesa, titolare di una politica estera, e quindi anche di una difesa comune.

Procedere gradualmente alla costruzione di una difesa europea avrebbe degli ovvi vantaggi: permetterebbe una maggiore efficienza ed anche delle economie di scala attualmente impensabili. Per la verità, la spesa militare europea è oggi già molto alta, e la deterrenza che è effettivamente in grado di produrre non deve essere granché, altrimenti avremmo noi impedito sul nascere ogni velleità espansionista da parte della Russia. Spesso questi 27 eserciti non hanno sistemi d’arma ‘interoperabili’, cioè non è scontato – ad esempio – che le armi di un paese possano utilizzare munizioni di un altro.

Il Papa ha dichiarato che sarebbe una follia. investire il 2% del bilancio dello Stato in difesa. Lasciando agli esperti il compito di valutare se sia molto o poco, dovremmo porci il problema di come spendere. Il modo migliore sarebbe naturalmente investire nella difesa comune, laddove sia possibile. Creare solo un informale ‘club europeo’ all’interno della NATO sarebbe un rimedio peggiore del male, perché rischierebbe di impacciarne il meccanismo di decisionale in caso di emergenze. Occorre di certo una cooperazione rafforzata nell’ambito della Politica Estera e di Sicurezza Comune, innanzitutto tra Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma probabilmente sarebbe utile anche un Consiglio Europeo di Sicurezza, diverso e parallelo rispetto all’UE[14]. Questo ridurrebbe la dipendenza europea nei confronti degli USA, rafforzerebbe la nostra posizione nella NATO, ridurrebbe i costi e conferirebbe più efficacia dissuasiva ai nostri sistemi di difesa.

La creazione di uno strumento di difesa comune sarebbe un passo decisivo verso la sicurezza non solo dell’Ucraina, ma dell’Europa e del mondo intero. L’autonomia dell’Europa, la cui prima simbolica manifestazione è attualmente la creazione di una piccola forza militare comune, potrebbe portare ordine nella vasta zona dell’Europa centro-orientale e balcanica e nel Mediterraneo. Ma occorre che alcuni stati all’interno del blocco occidentale (Francia, Germania, Italia, Spagna) prendano l’iniziativa. Non è necessario e difatti è impossibile che vi aderiscano tutti gli Stati. Ma solo questa premessa renderà realistico un ulteriore allargamento dell’UE, agli stati in attesa di ingresso nell’UE.

Potrebbe trattarsi non solo di una cooperazione rafforzata nell’ambito della Politica Estera di Sicurezza Comune, ma di una diversa e parallela organizzazione, complementare all’UE e alla NATO. Non è un’idea nuova. Nel 1952, prima ancora che esistesse l’UE la Comunità europea nel 1957, si sentì l’esigenza di costruire un’alleanza militare complementare alla NATO, che aprisse la strada all’unità politica degli Stati dell’Europa occidentale. La Comunità Europea di Difesa, un’idea di Jean Monnet proposta dalla Francia (sotto il primo ministro René Pleven) e dalI’Italia (con Alcide De Gasperi, su suggerimento di Altiero Spinelli), ebbe l’avallo degli USA di Truman. Al trattato istitutivo si aggregarono Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. A questa iniziativa si affiancò l’approvazione dello statuto dell’Unione Europea Occidentale, una comunità politica di tipo federale, cui l’Italia aderì nel 1954. L’iniziativa, che avrebbe portato all’unione politica e strategica ì, prima di quella economica e monetaria, venne poi bloccata dal Parlamento francese. L’UEO sopravvisse fino al 2011, con il trasferimento delle sue funzioni all’UE. Nel 1997 il Consiglio dei Ministri dell’UEO adottò la “Dichiarazione dell’unione dell’Europa occidentale sul ruolo dell’unione dell’Europa occidentale e le sue relazioni con l’unione europea e con l’alleanza atlantica”, che auspicava il sorgere di un’identità europea in materia di difesa e sicurezza. Oggi dobbiamo necessariamente riprendere quel cammino federalista, che renderebbe noi più sicuri e creerebbe un maggior equilibrio geo-politico globale, rilanciando anche  il ruolo dell’ONU.

Non sarà sufficiente, e potrebbe essere persino controproducente, limitarsi a costituire un ‘club europeo’ all’interno della Nato, che contratti le decisioni politiche e militari con gli USA. Ma l’autonomia europea non si potrà certo ottenere uscendo dalla Nato: non ci si può allontanare da un impero con la stessa facilità con cui si scende dall’autobus. Non si potrà mai aspettare che tutti gli stati dell’UE si mettano d’accordo su questa soluzione. Oltretutto, lo impedirebbero gli stati di recente adesione (compresa l’Ucraina), che si sentirebbero certamente più sicuri sul piano militare con l’America che con la stessa Europa.

Se non ci muoviamo tempestivamente, l’Europa sul lungo periodo rischierà di dividersi tra un Nord integrato militarmente nell’anglosfera, un Est intensamente filo-americano, e il “Resto”. Ma anche questa restante parte dell’UE potrebbe forse vedere emergere una Germania che volesse fare da sé, e questo ci condannerebbe alla definitiva decadenza e irrilevanza. Viceversa, il Resto potrebbe invece tentare di mantenere una relativa autonomia intorno all’asse franco-tedesco. La formazione di un euro-nucleo militare dipenderà molto dalle scelte strategiche statunitensi, cioè dalla volontà di Washington di incentrare la propria politica estera sullo scacchiere europeo o su quello indo-pacifico.

È chiaro che non si può arrivare a un equilibrio pacifico in Europa senza e contro la Russia. L’Europa ha interesse a che il conflitto si risolva nel più breve tempo possibile e la Russia non venga debellata e umiliata. Ma non siamo certi che questa sarà la linea politica scelta dagli USA. In ogni caso, abbiamo di fronte a noi anni in cui un solco profondo rimarrà tracciato tra Russia e Occidente. In questa situazione l’Italia – potenza di seconda fila, indebitata e instabile – si troverà in una situazione difficilissima. La stabilizzazione dell’Ucraina può essere concretizzata solo da un patto tra grandi potenze e dall’offerta di una garanzia collettiva sulla sicurezza dell’Ucraina. Ma questo potrà servire ad arrestare la crisi, non a dare stabilità a quell’enorme area geopolitica che comprende l’Europa dell’Est e i Balcani. All’Ucraina deve essere offerta la garanzia di vivere al sicuro e di ricostruire il paese, anche mediante un percorso rapido di adesione all’UE. Ma soprattutto, l’Europa deve uscire da questa crisi con una politica estera e di difesa comune, che la porti a diventare uno dei poli della comunità internazionale. L’alternativa secca tra essere dentro o fuori dell’Europa ci sta esponendo a rischi gravi di destabilizzazione sia all’interno dell’UE che nella vasta area dei candidati all’adesione: Albania, Ucraina Serbia, Bosnia e Erzegovina, Georgia, Moldavia. Dovrebbe essere possibile, come ha proposto Letta in una recente intervista al Foglio, di costituire una Confederazione comprendente tutti gli Stati dell’UE più i candidati. Questo provvedimento servirebbe a rassicurare e stabilizzare una serie di stati – in primo luogo l’Ucraina, ma anche la Georgia, la Moldova, l’Albania, il Montenegro ed altri – che possono essere esposti all’espansionismo russo, eventualmente appoggiato dall’espansionismo serbo. A questi stati si offrirebbe un graduale accesso a pieno titolo nell’UE, ma intanto una serie di vantaggi connessi con l’adesione, da Erasmus alla partecipazione a piani di contrasto al cambiamento climatico. Una rapida attuazione di questo progetto permetterebbe anche di contrastare la tendenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna di creare una cerchia di stati filo-americani, che non necessariamente condivide i valori e gli interessi del resto d’Europa.

Perché questo nuovo e grande allargamento sia possibile, all’interno dell’UE dovrebbe costituirsi contemporaneamente anche un altro cerchio concentrico, più simile a uno Stato federale, che condivida la moneta, la politica estera e l’esercito. Probabilmente sarà impossibile che tutta l’UE, modificando i trattati, prenda questa via. Si potrà però percorrere la strada delle cooperazioni rafforzate in vari campi, coinvolgendo di fatto una certo numero di Stati in una prospettiva federale. Il nostro problema sarà rimanere uniti agli USA in quanto occidentali e, nello stesso tempo, cominciare ad affermare una politica estera e di difesa dell’UE, che abbia i mezzi per renderci sempre più autonomi.

Una ripresa del cammino europeo verso l’unità anche politico-militare renderebbe più agevole una nuova Conferenza per la Sicurezza in Europa, come quella di Helsinki del 1975, associando la Russia ai benefici di un ordine realmente multipolare. Il problema è se riusciremo ad  arrivarci. D’altra parte, anche il processo di unificazione dell’Italia richiese richiese quasi un secolo e sembrò a molti impossibile.

Foto di Eduard Delputte

7. Alcuni principi di una politica estera di sinistra. Quanto abbiamo detto finora ci dovrebbe spingere ad elaborare le linee di una politica estera di sinistra[15]. Potremmo sintetizzarla nei seguenti principi di internazionalismo democratico e progressista:

I. La sinistra democratica ritiene ingiusta e pericolosa l’idea che il mondo debba essere dominato da una o due potenze. In particolare, respinge l’idea che il conflitto in Ucraina debba concludersi con un’umiliazione della Russia, nella prospettiva di uno scontro finale tra USA e Cina. Occorre invece promuovere una Conferenza sulla sicurezza dell’Europa, che coinvolga la Russia.

II. Una maggiore integrazione dell’Unione Europea è nell’interesse di tutti popoli europei e della pace nel mondo. Quest’obiettivo va perseguito partendo dai sistemi di welfare europei, dalle politiche di ricerca e innovazione e dalla sicurezza interna ed esterna. Occorre la creazione di una forza di dissuasione, per iniziativa degli Stati di un ‘euro-nucleo’.

III. La sinistra democratica fa sua l’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU con i suoi obiettivi. In particolare, si propone di contrastare il riscaldamento globale. Occorre creare dei meccanismi di contrasto alla povertà globale. È necessario un “secondo Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite, senza diritto di veto, cui sia affidato il compito d’intervenire in caso di catastrofi e gravi minacce alla salute e all’ambiente.

IV. La dimensione statale sembra ormai inadeguata di fronte agli esiti della globalizzazione. Ma un ritorno al protezionismo e la spaccatura del mercato mondiale in aree geopolitiche ostili e in competizione accanita per le risorse sarebbe un potente incentivo allo scoppio di guerre. È compito degli Stati e delle organizzazioni internazionali riequilibrare la situazione, contrastando monopoli incompatibili con la libertà e lo sviluppo dei popoli (nel campo informatico, medico ed energetico) e combattendo il fenomeno dei ‘paradisi fiscali.

V. La sinistra democratica combatte le mafie ovunque nel mondo, considerandole una forma particolarmente pericolosa di oppressione e sfruttamento sociale. Favorisce quindi la cooperazione internazionale tra polizie e magistrature.

VI. La sinistra democratica combatte il terrorismo ovunque nel mondo, considerandolo una minaccia alla pace e alla libertà. Le organizzazioni terroristiche sono da isolare e da bandire a livello globale.

VII. La sinistra democratica ritiene che la libertà religiosa sia uno dei fondamentali diritti umani. Perciò assicura a tutti la possibilità di esprimere pacificamente il pensiero e la pratica religiosa. La sinistra persegue la pratica della tolleranza e il principio della laicità dello Stato, combattendo ogni forma di discriminazione basata sull’adesione o non adesione a una fede religiosa.

 

[1] Cfr. Natalino Ronzitti, Diritto internazionale dei conflitti armati, Giappichelli, Torino 1998, p. 30.

[2] Cfr. Natale Rampazzo, Guerra giusta e pace ingiusta: dialettica e simbiosi delle antitesi, in Letizia  Cimmino, Natale Rampazzo (cur.), Diritti umani nell’era della globalizzazione e dei conflitti, Editoriale Scientifica, Napoli 2008, pp. 131 ss.

[3] Cfr. Mohāndās Karamchand Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza (cur. Giuliano Pontara,), Einaudi, Torino 1996. Perciò, diceva il Mahatma, se un folle aggredisce un bambino o una donna incinta va fermato anche con la forza. E inoltre, “se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne e i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la non-violenza, dobbiamo almeno, se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto questo combattendo”. E ancora: “La mia non violenza non ammette che si fugga dal pericolo e si lascino i propri cari privi di protezione. Tra la violenza e una fuga codarda, posso soltanto preferire la violenza alla codardia”. Sulla dottrina del Satyagraha, cfr. Giuliano Pontara, s. v. Gandhismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di politica, UTET, Torino 2004, pp. 383-384; Pier Cesare Bori, Gianni Sofri, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, il Mulino, Bologna 1985.

[4] Cfr. Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Bagdhad, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 109 ss.

[5] Cfr. Lorenza Carlassare, Costituzione italiana e partecipazione a operazioni militari, in Natalino Ronzitti (cur.), Nato, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, Giuffrè, Milano 2000, pp. 157 ss.

[6] Claudio Zanghì, Il Kossovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in Quaderni costituzionali, 19 (1999), pp. 378-386 si appella alla mutata consuetudine internazionale, che legittimerebbe l’ingerenza umanitaria.

[7] Prima della caduta del Muro (1994), l’uso della forza fu approvato dal Consiglio di Sicurezza in due sole occasioni: per reagire all’attacco della Corea del Nord a quella del Sud (1950); e nel caso della prima guerra del Golfo (1990, operazione ‘Desert Storm’), originata dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Ma a partire dagli anni ’90 si susseguirono interventi militari di vario tipo, alcuni limitati e riconducibili a un concetto di ‘operazione di polizia internazionale’. Fu il caso, nel 1992, dell’operazione ‘Restore hope’ in Somalia, missione armata di una forza multinazionale a guida americana, autorizzata dal CdS. Nel 1993 il CdS approvò una missione umanitaria in Bosnia, nell’area di Srebrenica, e nel 1995 l’invio di una forza armata NATO per fermare il genocidio operato dalle truppe di Mladic. Nel 1994, con l’astensione della Cina, ci fu in intervento ad Haiti, per restaurare la democrazia e soccorrere la popolazione. L’intervento in Libia del 2011, approvato dal Consiglio di Sicurezza con l’astensione di Cina e Russia, fu attuato dalla NATO.

Il veto di Cina e Russia impedì una risoluzione di intervento in Siria (2011). Nel 2014 ancora la Russia pose il veto a una risoluzione riguardante l’invasione della Crimea. In merito alla questione palestinese, si è avuto 29 volte il veto degli USA alla condanna di Israele.

[8] Cfr. Claudio De Fiores, «L’Italia ripudia la guerra»? La Costituzione di fronte al nuovo ordine globale, Ediesse, Roma, 2002, pp. 15 ss.

[9] Legge n. 15 del 27 febbraio 2002, che convertiva il decreto legge 28 dicembre 2001 n. 451.

[10] Giuseppe De Vergottini, Guerra e attuazione della Costituzione, in https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060811162245.pdf (intervento al convegno ‘Guerra e Costituzione’, Roma 12 aprile 2002).

[11] La guerra dell’Afghanistan del 2001, che cominciò il giorno dopo l’attacco alle Torri gemelle, fu il primo caso di applicazione della nuova interpretazione dell’art. 5 del Trattato NATO, sulla difesa comune in caso di attacco a uno degli Stati parte. Di fatto si ebbe anche una sorta di autorizzazione ex post dell’ONU. In quel caso, il Parlamento italiano, maggioranza e opposizione, ratificò la partecipazione all’operazione ‘Enduring Freedom’, intesa da parte italiana come un’operazione di polizia militare, e non come una guerra. Ma in sostanza furono la NATO e il Governo a decidere, mentre il Parlamento intervenne in ratifica, a missione già in corso.

[12] Cfr. Alessandro Colombo, La guerra ineguale. Pace e violenza nel tramonto della società internazionale, il Mulino, Bologna 2006, pp. 7-12.

[13] Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione (1999), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001.

[14] Cfr. Adolfo Battaglia, Stefano Silvestri, Guerra in Europa, Montevecchi, Roma 2022, pp. 52-64.

[15] Rubo il titolo A Michael Waltzer, Una politica estera per la sinistra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, un testo in una prospettiva idealista incentrata sul concetto di ‘ingerenza umanitaria’, che non necessariamente condivido.

L'autore

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Giuseppe Giliberti

Giuseppe Giliberti è nato a Napoli e vive a Bologna. È uno studioso di storia del diritto e di diritti umani. Già ordinario di Fondamenti del diritto europeo all'Università di Urbino, è direttore di 'LAB Politiche e Culture' e della Collana 'Politicamente' della Intra di Pesaro. Ha coordinato progetti di cooperazione universitaria europea (Thematic Network 'A Philosophy for Europe') ed euro-mediterranea. Ha presieduto il Management Board dell'Euro-Mediterranean University di Piran e la Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo. È stato Delegato rettorale alle relazioni internazionali dell'Università di Urbino e Presidente del Corso di laurea in Giurisprudenza. Collabora con l'ISMED CNR (Istituto di Studivsul Mediterraneo) di Napoli.
Tra le sue pubblicazioni: Servus quasi colonus (1981); La memoria del principe (2003); Cosmopolis. Politics and Law in the Cynical-Stoic Tradition (2006); Introduzione storica ai diritti umani (2012); Il Paese del sì. Note sull'identità culturale italiana (2020).