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Recensione a Gerardo Spirito, “Pastorale mediterranea. Fabulario delle erbe amare”

Nato a Napoli nel 1992, Gerardo Spirito esordisce fin da giovanissimo nella narrativa con due raccolte di racconti: Il libro nero della fame (2022) e Madreselva (2025), subito seguite da Pastorale mediterranea (settembre 2025, effequ edizioni). Il fil rouge che unisce tutte le sue storie è l’atmosfera più che l’ambientazione: siamo nel Sud Italia, un Sud povero e ameno, non il Sud delle grandi città ma quello diviso tra la collina e la montagna, conteso fra l’Adriatico e il Tirreno, in un territorio attraversato dal Tratturo Magno.

Qui, nel paesino di S., si sviluppano le vite dei protagonisti di Pastorale mediterranea: qui vagano i questuanti, viaggiano i ramai, i pastori conducono le greggi, i briganti si nascondono nei boschi… Il libro è diviso in due parti fondamentali: nella prima, i brevi racconti si susseguono, accomunati non da un intreccio sottostante che li lega l’un l’altro, ma dalla presenza ricorrente di alcune figure, “tipi” del mondo rurale di quegli anni. Nei vari racconti cambiano i loro nomi, ma il loro carattere resta sempre lo stesso: come un insieme di maschere plautine, ogni mestiere porta con sé un bagaglio di caratteristiche che si ripete identico a se stesso storia dopo storia. La seconda parte è invece un breviario che narra la nascita delle stirpi famigliari che abitano il paesino di S., non senza fare ricorso a pettegolezzi vari, superstizioni e luoghi comuni, dando espressione allo spirito del paesino, dando voce al senso comune dei suoi abitanti e restituendoci l’impressione di un racconto corale. Sembra di stare ascoltando la voce degli abitanti del villaggio, che tutti riuniti attorno al fuoco, raccontano le proprie storie. Il senso è proprio quello di un racconto orale. La voce dei personaggi non è sempre di facile interpretazione, soprattutto perché la lingua vernacolare, frutto di un’attenta ricerca da parte di Spirito, non viene mai tradotta in nota, lasciando al lettore la briga di impegnarsi a contestualizzare per comprendere al meglio il contenuto di ciò che sta leggendo. Nei giorni della biennale Firenze RiVista, nel panel tenuto dalla casa editrice effequ per presentare il libro, l’autore ha difeso questa scelta spiegando che alcune parole dialettali portano con sé un mondo, non sono traducibili e non sono sostituibili: cambiare quelle parole vuol dire cambiare il sistema di riferimento, eliminare tutto il contesto nel quale sono inserite. Comunque, un vernacolare a tratti aulico anche se parlato, nei racconti, da popolazioni povere e rurali residenti fra l’Abruzzo e la Campania, rende ancor più complessa l’interpretazione di alcune storie, che restano sospese in un finale che non è mai aperto ma che, come diceva Pirandello, resta in bilico perché «la vita non conclude».

I fatti narrati sono tutti relativi alla quotidianità dei personaggi del paesino, non sono i grandi avvenimenti della “grande storia”, ma servono bene a sottolineare ed enfatizzare l’atmosfera mistico-sacrale che avvolgeva le vite degli abitanti dei luoghi ameni e montuosi del centro-sud Italia. La difficoltà di vivere in alcuni territori emerge nella ricerca mistica dei personaggi, nei modi di dire e, perché no, anche nelle bestemmie dalle quali viene fuori un dio che non sempre risponde a tutte le caratteristiche del Dio cristiano ma che a tratti assume sembianze pagane, ricordando le divinità della natura di alcuni canti agropastorali. Le vere protagoniste dei racconti restano però le erbe amare citate nel sottotitolo. In un mondo in cui la medicina convenzionale fatica a penetrare, il loro uso si tramanda di generazione in generazione e viene sapientemente impiegato dalle donne della famiglia che le raccolgono, le essiccano, ne ricavano infusi e oli per combattere e prevenire malanni (e malocchi) di ogni tipo. Anche in questo caso, la realtà e le credenze si avvolgono fra loro rendendo difficile per il lettore discernere il vero dalla leggenda e dal “miracolo”, restituendo ancora una volta l’immaginario collettivo dei personaggi del villaggio di S. Pastorale mediterranea ci catapulta in un mondo che ormai non esiste più, catturandoci e immergendoci in quelle atmosfere dalla quali è difficile staccarsi alla fine del libro.

A questo proposito però, emblematica è l’ultima parte del testo, intitolata “Coda. Le preghiere antiche”, dove l’autore fa qualcosa che non ci si aspetterebbe mai da un narratore: smonta, pezzo dopo pezzo, tutto il suo racconto. Spiega non tanto i contenuti, quanto le sue scelte e i suoi riferimenti fornendo fonti, paragoni, ricerche e spunti che annullano tutta la narrazione salvando solo i crudi fatti: è come se in un romanzo storico, rigo dopo rigo, l’autore spiegasse continuamente cosa è storia e cosa è finction, romanzo (un po’ emulando il Manzoni dei Promessi sposi). Crolla tutto il racconto e resta solo l’ambientazione, restano le fonti antiche e resta l’amaro, non delle erbe, ma di un mondo perduto non solo nella vita reale ma anche nel libro stesso che per le 200 pagine precedenti tanto ha fatto per contribuire a costruirlo.

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