Image

L’accesso a Medicina: un problema irrisolto

Dal dispositivo selettivo alla governance strategica della formazione sanitaria

Nel dibattito italiano sulle politiche universitarie, il test d’ingresso a Medicina è spesso affrontato come una questione tecnica: uno strumento di selezione, più o meno efficace, per regolare l’accesso a un corso di laurea professionalizzante. In realtà, è — a pieno titolo — un dispositivo politico. Definisce chi può accedere a una professione a forte rilevanza sociale, orienta la composizione futura del corpo medico, contribuisce a plasmare l’identità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Guardare al test come politica pubblica, e non solo come procedura concorsuale, significa riconoscere che esso produce effetti di lungo periodo sulla qualità della cura, sulle disuguaglianze sociali e territoriali, sulla capacità dello Stato di programmare risorse umane strategiche per il welfare.

Nel 2023 si riaccende, anche a sinistra, la critica al numero chiuso e al tradizionale test di ingresso a Medicina, percepito come uno strumento fortemente condizionato dal mercato dei corsi privati: pacchetti di preparazione da 3.500 euro che finivano per favorire chi disponeva di maggiori risorse economiche. Un meccanismo di selezione che, di fatto, introduceva una barriera sociale all’accesso.

Il “semestre filtro” della Ministra Annamaria Bernini: annuncio politico e realtà applicativa. L’odissea degli aspiranti medici nati nel 2006

A febbraio 2024 il Governo Meloni elimina la possibilità di sostenere il test già in quarta superiore. Per gli aspiranti medici nati nel 2006 inizia così una vera e propria odissea e migliaia di studenti restano con il fiato sospeso, in attesa di capire in quale direzione sarebbe andata la riforma e se saranno direttamente coinvolti, fino al decreto ministeriale 468 del 30 maggio 2025, sul cosiddetto “semestre filtro”.

L’annuncio della Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini è tanto roboante quanto fuorviante: fine del test a crocette, accesso libero al semestre aperto, selezione sostituita dalla formazione. «Una riforma democratica e meritocratica», dichiara a Il Tempo, «che elimina una barriera d’ingresso e coltiva il talento dentro le Università».

Parole che suonano come una promessa di cambiamento radicale — quel cambio di paradigma che una parte della sinistra di governo, negli anni precedenti, non aveva avuto il coraggio di praticare. Un modello che ricordava, almeno in apparenza, le esperienze francesi di selezione progressiva, già ipotizzate dalla Ministra Stefania Giannini ma allora fermate dall’opposizione compatta della CRUI, dei parlamentari del PD e dal Presidente del Consiglio Renzi.

La riforma viene finanziata con 50 milioni di euro. Nella pratica, però, il cosiddetto “semestre filtro” si traduce in appena due mesi di lezioni di Fisica, Chimica e Biologia, in alcuni atenei in presenza, in altri in modalità mista. A Bologna le lezioni si sono svolte esclusivamente online, con solo tre giornate in aula, utili agli studenti per realizzare che no, non c’è di nuovo il lock down sperimentato durante il covid e per provare “il brivido” di assistere ad una lezione universitaria, con aspiranti colleghi e poter scambiare ansie, dubbi, sogni.

Le prove di novembre e dicembre: selezione concentrata e risultati deludenti

Il 20 novembre e il 10 dicembre si svolgono le prove per superare i tre esami universitari con tre test a crocette e domande a completamento. Il risultato è scontato. Una debacle per il 90% dei 54.000 aspiranti medici, odontoiatri, veterinari. Alcuni professionisti, che hanno potuto liberamente iscriversi prima del 1999 a Medicina realizzando il proprio sogno e che sicuramente non hanno mai dovuto sostenere tre esami in un unico giorno, hanno dichiarato che i nati nel 2006 erano tutti somari e che, come sempre, la colpa fosse della scuola che non li prepara adeguatamente. Di fronte alle proteste degli studenti ad Atreju e le legittime richieste di spiegazioni, la Ministra li etichetta come “poveri comunisti”. Intendeva insultarli? “poveri” o “comunisti”?

La correzione di rotta: fasce di merito e recupero dei crediti

Il 22 dicembre arriva una parziale retromarcia normativa. Un nuovo decreto prevede che non sia più necessario superare tutte e tre le prove per entrare in graduatoria: gli studenti vengono suddivisi in nove fasce e anche chi ha superato un solo esame può recuperare i crediti entro marzo.

Il giorno dopo vengono pubblicati i risultati della prova del 10 dicembre — ancora una volta un disastro — mentre la sede di assegnazione resta ignota fino all’8 gennaio 2026. Non è dato sapere quanti studenti si collochino nella fascia più alta, quella di chi ha superato tutti e tre gli esami: un dato potenzialmente rivelatore della distanza tra l’impianto della riforma e i 24.026 posti programmati.

Pubblico e privato. Chi ci guadagna? Traiettorie divergenti e nuove disuguaglianze

In parallelo, si apre un altro capitolo: il rapporto con le università private e con il mercato dei corsi di preparazione.

Gli atenei privati mantengono il vecchio test di ingresso a settembre. Le storiche Cattolica, San Raffaele, Humanitas e Campus Bio-Medico riempiono rapidamente le proprie graduatorie, con meno scorrimenti rispetto al passato, complice l’incertezza del nuovo sistema. Tranne la Cattolica — che prevede una contribuzione legata all’ISEE — le altre università applicano rette tra i 16.000 e i 20.000 euro l’anno.

Nel frattempo UniCamillus e Link aprono nuove sedi e, a 20.000 euro annui, intercettano la platea dei “semestrini” delusi, offrendo dopo il 10 dicembre test di ammissione in cui i posti disponibili superano i candidati. Un messaggio chiaro: se la famiglia può sostenere 120.000 euro in sei anni, l’accesso alla professione è garantito.

Nel frattempo, su Instagram e sui social media, i corsi privati di preparazione al prossimo semestre filtro tornano più aggressivi che mai. Il mercato che la riforma dichiarava di voler ridimensionare, in realtà, si riorganizza e si rafforza.

Una domanda politica aperta a sinistra

Di fronte a questo quadro, la tentazione di una “retromarcia” potrebbe sembrare la soluzione più immediata. Ma una sinistra che ambisce a tornare a governare il Paese non può limitarsi a dire “indietro tutta”.

La vera sfida non è tornare al passato, bensì avanzare una proposta nuova, più equa e coerente con l’interesse pubblico — capace di coniugare qualità della formazione, giustizia sociale e programmazione sanitaria di lungo periodo.

Numero programmato e interessi collettivi

La Legge 264/1999 colloca il numero programmato in una logica di bilanciamento tra diritto allo studio e interesse pubblico, legando la determinazione dei posti disponibili al fabbisogno nazionale di professionisti sanitari. Questa scelta riflette una visione dello Stato come regolatore della domanda di formazione, orientata a prevenire una sovrapproduzione di laureati non assorbibili dal mercato del lavoro.

Tuttavia, gli esiti degli ultimi anni mostrano come la programmazione non sia stata in grado di anticipare processi demografici e trasformazioni del sistema sanitario: pensionamenti massivi, aumento dell’età media della popolazione, espansione della domanda di servizi territoriali, nuove esigenze di medicina di prossimità. La carenza di medici, oggi evidente, segnala una frattura tra pianificazione formativa e bisogni sociali.

In questa prospettiva il test non è solo una barriera di accesso, è l’indicatore di una programmazione debole e poco integrata tra università, regioni e SSN.

Disuguaglianze educative e responsabilità pubblica

La letteratura sociologica evidenzia come la performance ai test standardizzati sia influenzata dal background familiare, dalle competenze acquisite in contesti scolastici diseguali e dalla possibilità di investire in corsi di preparazione privati.

Il rischio è duplice:

  1. la selezione riproduce le disuguaglianze di partenza;
  2. la composizione sociale della futura classe medica si omologa verso profili culturalmente più omogenei.

Ne deriva una domanda di policy: la selezione deve essere pensata come filtro ex ante o come processo formativo progressivo che valorizza motivazione, capacità di apprendimento, attitudine alla relazione di cura?

Dal test alla filiera formativa: la questione di sistema

Concentrare il dibattito solo sul momento dell’accesso significa non vedere il quadro complessivo. Le criticità non sono circoscritte al test, ma riguardano l’intera filiera:

  • limiti di capienza del sistema universitario;
  • scarsità di docenti e strutture didattiche;
  • insufficienza di borse di specializzazione;
  • mobilità forzata dei giovani medici verso l’estero;
  • squilibri territoriali nella distribuzione del personale.

Il collo di bottiglia non è solo all’ingresso: si ripresenta, amplificato, all’uscita del percorso formativo. Per questo, qualsiasi riforma del test rischia di essere inefficace se non inserita in una strategia organica di governance della formazione sanitaria.

I paesi che hanno rafforzato la programmazione pluriennale (Francia, Germania) tendono a collegare l’accesso ai fabbisogni del sistema sanitario.

Dove la capacità pubblica è rigida (Spagna), il mercato compensa con l’espansione privata, con effetti su equità e accessibilità.

L’Italia presenta buona densità media di medici, ma soffre mismatch territoriale e per specialità: il nodo è la governance della filiera più che il solo numero di ammessi.

Un’agenda politico-programmatica per la riforma

Alla luce di queste criticità, una politica pubblica coerente potrebbe articolarsi su quattro assi strategici.

1. Programmazione integrata Stato–Regioni–Università
Passare da una determinazione annuale e contingente dei posti a un modello pluriennale, basato su:

  • analisi demografica e epidemiologica;
  • fabbisogni territoriali del SSN;
  • traiettorie di specializzazione richieste.

Ciò implica costruire una cabina di regia stabile, capace di connettere pianificazione formativa e politiche sanitarie e non solo fare un matching ministeriale tra fabbisogni delle Regioni e disponibilità degli Atenei.

2. Selezione progressiva e orientamento lungo il percorso
Sostituire la logica del “tutto in un giorno” con:

  • un primo anno ad accesso più ampio e accompagnamento didattico;
  • valutazioni basate su più prove;
  • strumenti di recupero e sostegno per studenti provenienti da scuole secondarie di secondo grado umanistiche o tecniche.

L’obiettivo non è abbassare gli standard, ma democratizzare le condizioni di accesso al merito.

3. Investimenti strutturali sull’offerta formativa
Ogni ampliamento degli accessi deve essere sostenuto da:

  • aumento di docenza e personale clinico-universitario;
  • infrastrutture laboratoriali e cliniche;
  • incremento significativo delle borse di specializzazione.

Senza questo, il sistema rischia di spostare la selezione in fasi successive, producendo nuove frustrazioni.

4. Valorizzazione del ruolo pubblico della professione medica

La riforma del percorso formativo deve essere coerente con una visione del SSN come bene pubblico. Occorrono quindi:

  • incentivi al radicamento territoriale (vedi ultimo rapporto Gimbe sulla mobilità sanitaria interregionale);
  • percorsi formativi orientati alla medicina di comunità;
  • politiche di retention del personale.

La formazione non è un costo, ma un investimento strategico di lungo periodo.

Un cambio di paradigma

Ripensare il test d’ingresso a Medicina significa rimettere al centro il nesso tra politica universitaria e politica sanitaria. La questione non è decidere se “aprire” o “chiudere” gli accessi, ma definire quale modello di società e di welfare il Paese intende costruire nei prossimi decenni.

Una riforma credibile deve superare la logica emergenziale e assumere una prospettiva sistemica: equità nell’accesso, qualità della formazione, visione strategica del capitale umano sanitario.

Solo in questo quadro il test può trasformarsi da dispositivo selettivo a leva di politica pubblica, coerente con una cultura della cura, dell’universalismo e della responsabilità collettiva.

 Proposte normative operative per la riforma dell’accesso a Medicina

1. Riformare la legge 264/1999 in ottica di numero programmato pluriennale

  • Passare da una determinazione annuale e prevalentemente amministrativa dei posti disponibili a piani triennali-quadriennali vincolanti, costruiti su:
  • proiezioni demografiche e epidemiologiche;
  • fabbisogni regionali di medici di medicina generale, specialisti ospedalieri e professionisti per i servizi territoriali;
  • tempi di uscita dal sistema (pensionamenti) e tassi di emigrazione professionale.
  • Introdurre in legge una cabina di regia Stato–Regioni–Università con compiti permanenti di scenario, monitoraggio e aggiornamento dei contingenti.

2. Sostituire il “concorsone” unico con una selezione progressiva

  • Introdurre un primo anno o primo semestre ad accesso ampliato, con:
  • requisiti minimi di ingresso (es. voto di maturità + prova di orientamento non selettiva);
  • esami chiave standardizzati a livello nazionale che fungano da filtro successivo.
  • Rendere la selezione plurifattoriale:
  • valorizzazione del percorso universitario iniziale (esami superati, continuità, impegno).
  • Prevedere percorsi-ponte verso altre lauree sanitarie o STEM per chi non supera la selezione, evitando “scarti” secchi del sistema.

3. Democratizzare l’accesso al merito

  • Istituire un Fondo nazionale per il diritto allo studio sanitario, con:
  • borse vincolate per studenti con ISEE basso;
  • voucher per corsi di preparazione pubblici o accreditati, gratuiti o calmierati.
  • Rendere obbligatorio per gli atenei offrire corsi di preparazione e orientamento gratuiti (in presenza e online) aperti a tutte le scuole secondarie, riducendo la dipendenza da corsi privati.
  • Monitorare ex lege l’impatto del sistema di selezione su genere, provenienza geografica, status socio-economico, riportando annualmente in Parlamento.

4. Potenziare strutturalmente la capacità formativa

  • Legare ogni aumento dei posti a Medicina a:
  • incremento programmato di docenza universitaria e personale clinico-assistenziale dedicato alla didattica;
  • investimenti in aule, laboratori, reparti convenzionati per la didattica professionalizzante;
  • aumento significativo e stabile delle borse di specializzazione, per evitare un nuovo collo di bottiglia dopo la laurea.
  • Introdurre un meccanismo di cofinanziamento Stato–Regioni per le università che aumentano i posti in Medicina in coerenza con i fabbisogni del SSN.

5. Allineare formazione e missione pubblica del SSN

  • Prevedere, per chi beneficia di borse e percorsi finanziati con fondi pubblici:
  • vincoli di servizio (soft, non punitivi) in aree carenti o in servizi territoriali per un numero di anni definito;
  • pacchetti di incentivi (economici, di carriera, formativi) per chi sceglie le specialità e i territori con più forte scopertura.
  • Inserire stabilmente nel curriculum formativo:
  • moduli su medicina di comunità, disuguaglianze di salute e di genere, sanità pubblica;
  • tirocini obbligatori in contesti territoriali e periferici, non solo nei grandi ospedali metropolitani.

6. Accountability e trasparenza

  • Obbligo per il Ministero di presentare ogni due anni al Parlamento un Rapporto nazionale sulla forza lavoro sanitaria, con indicatori su:
  • densità di medici e professionisti della sanità per 1.000 abitanti;
  • numero di laureati in Medicina per 100.000 abitanti;
  • distribuzione territoriale e per specialità. (OECD)
  • Collegare questi indicatori a obiettivi di servizio espliciti (riduzione delle liste di attesa, copertura territoriale minima, ecc.) e alla revisione dei contingenti di accesso.

Riferimenti bibliografici

  • Legge 2 agosto 1999, n. 264, Norme in materia di accessi ai corsi universitari.
  • ANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca.
  • OECD, Education at a Glance.
  • Fondazione Gimbe (2022), La carenza di medici nel Servizio Sanitario Nazionale.
  • Checchi, D. (2010), Disuguaglianze e istruzione, Il Mulino.
  • Barone, C. (2019), Sociologia dell’istruzione, Il Mulino.
  • Triventi, M. (2014), Stratificazione sociale e rendimento scolastico, Bologna: Il Mulino.
L'accesso a Medicina: un problema irrisolto | Lab Politiche e Culture