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Galeotta fu quella domanda. Recensione a Walter Dondi, “L’ultima domenica del Pci”

Noi iscritti al Pci negli anni ottanta, la gran parte di noi, lo sapevamo bene che non eravamo comunisti, nel senso di affiliati al Pcus. Eravamo una declinazione italiana del socialismo europeo, sulla scorta degli Olof Palme, dei Willy Brandt e dei François Mitterand.  Lo sapevamo, come no!

Perciò, che prima o poi il nome del Partito potesse, e anche che dovesse cambiare era nell’ordine delle cose e delle idee dei militanti e dei dirigenti, salvo i cossuttiani. Eppure quando – sia pure tardivamente, per dirla tutta – Achille Occhetto annunciò alla Bolognina che il nome avrebbe potuto essere cambiato, si scatenò uno psicodramma collettivo: <<famiglie intere che si separano, le mogli e i mariti litigano in modo furibondo e così i fidanzati e i fratelli. Si rompono amicizie di lunga data>>.

Ce lo ricorda ora, a 36 anni di distanza, Walter Dondi col suo ‘L’ultima domenica del Pci’, Bibliotheka Edizioni, Roma 2025.

Quello psicodramma in buona parte fu colpa sua, di Walter Dondi. I comunisti italiani non erano chiusi ai cambiamenti, ma erano adusi arrivarci con juicio. Ogni nuovo orientamento, ogni correzione di rotta venivano preparati per tempo. Si partiva con gli articoli degli intellettuali organici sulle riviste di partito, Rinascita su tutte, seguivano le prudenti esternazioni dei leader, quindi le discussioni nelle sezioni, infine le svolte. Come fu per quella di Salerno del ‘43, o per il compromesso storico del ‘73. I nuovi indirizzi venivano finalmente ufficializzati quando il gruppo dirigente riteneva che i loro contenuti fossero stati metabolizzati dalla grande maggioranza degli iscritti.

Viceversa la ‘svolta della Bolognina’ fu vissuta dal corpo del partito come un trauma, una pensata estemporanea, una forzatura non meditata a sufficienza e non concordata con l’insieme del gruppo dirigente.

Eppure il classico articolo prodomico su Rinascita c’era stato.

La ‘svolta’ ebbe luogo domenica 12 novembre 1989, due giorni dopo la caduta del Muro di Berlino. Ma già ad agosto Michele Salvati e Salvatore Veca avevano pubblicato un lungo articolo, quasi un saggio, sul numero 29 di Rinascita. Vi si sosteneva era giunto il tempo per i comunisti italiani di rinnovare radicalmente la propria identità, con un distacco definitivo dal comunismo di stampo sovietico e, di conseguenza, della assoluta necessità di cambiare anche il nome del Partito.

<<Dopo più di trentacinque anni, nella sua casa del centro di Milano – mentre rammentiamo con un po’ di nostalgia, lui docente e io studente, la Facoltà di Economia, la mitica “scuola di Modena” – Michele Salvati spiega ancora meglio come nacque quell’articolo e la proposta del nome Pds. “In realtà, avrei voluto scrivere che il Pci doveva entrare pienamente nell’alveo della socialdemocrazia, anche con un nome che lo richiamasse esplicitamente. Ma non si poteva, perché significava dare ragione a Craxi. Nacque così l’idea del Partito democratico della sinistra”>>.

Era stato dunque tutto disposto per tempo? Il segretario e gli intellettuali a lui più vicini giocarono d’intesa? Nella sostanza è così, il disegno era quello. Non però le modalità e i tempi, che per un verso furono certamente accelerati dalla caduta del Muro di Berlino, ma che furono anche involontariamente affrettati da Walter Dondi.

Dunque, 12 novembre dell’89. Dondi è di turno alla redazione bolognese de l’Unità, <<nella splendida mansarda (a suo tempo pregevolmente ristrutturata dall’architetto Pier Luigi Cervellati) del cinquecentesco Palazzo Marescotti Brazzetti di via Barberia 4>>. Arriva il comunicato del Pci che informa che alla Bolognina – il riferimento è al quartiere non alla sede della sezione del partito – il Segretario nazionale del Pci avrebbe partecipato alla rievocazione della storica battaglia di resistenza urbana ivi svoltesi nel 1944, durante la guerra partigiana. La manifestazione era stata organizzata dall’ANPI. Dondi, redattore de l’Unità – e autore del libro di cui qui scriviamo – va doverosamente a sentire per poter poi buttare giù l’articolo di rito per le pagine bolognesi del quotidiano. Con lui solo un altro giornalista, Giampaolo Balestrini dell’Ansa, «anche lui mandato dai suoi capi all’ultimo momento perché, mi spiegherà poi, “abito qui vicino”» ricorda Dondi.

Occhetto dal palco parla della caduta del Muro di Berlino di due giorni prima, dei rivolgimenti che stanno avvenendo nel mondo, del valore dell’unità antifascista della Resistenza e della necessità di rinverdirla inventando «strade nuove per unificare le forze di progresso». Continua battendo sulla necessità di avere coraggio politico e ribadendo l’urgenza dell’abbandono delle vecchie strade. I due giornalisti si guardano e si interrogano: ‘Vuole dire che il partito cambierà nome? Dai, chiediamoglielo’.

Balestrini fa la domanda per primo:

«Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?

“Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni».

Dondi intuisce che si è aperta una breccia e interviene: «Sono Dondi dell’Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci? Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: “Tutto, lasciano presagire tutto».

La svolta era nell’aria, è evidente, altrimenti al cronista de l’Unità neanche sarebbe venuta in mente quella domanda. E lui colse subito la portata dela risposta. Contrariamente al collega dell’Ansa che, da osservatore esterno, non avvertì il carattere dirompente delle parole di Occhetto, o più probabilmente fu bloccato dalla redazione centrale dell’Agenzia su pressione politica.

Dondi contattò la redazione centrale del quotidiano, dov’era di turno Marco Demarco, il quale capì subito che “la notizia c’era tutta”.

Chissà, forse, non ci fosse stato il rischio di prendere una buca dall’Ansa, avrebbe preso tempo. Viceversa ritenne che doveva pubblicarla. Cercò Massimo D’Alema, Renzo Foa e Piero Sansonetti, rispettivamente direttore, vice direttore e redattore capo del quotidiano, senza rintracciarli. Contattò quindi Claudio Petruccioli della segreteria del partito, che suggerì di pubblicare la notizia, senza però darle rilievo. E Demarco la pubblicò con un richiamo anodino nel taglio centrale della prima pagina e una impaginazione di maggior rilievo a pagina 8.

«Lo ammetto, ho scritto titoli migliori. Ma quello della Bolognina rese comunque l’Unità l’unico giornale a riportare la notizia della svolta occhettiana. Era un titolo graficamente sgrammaticato, ma meno diretto di quello interno. L’alternativa sarebbe stata non farlo affatto, ignorare quello che era successo e bucare non la notizia, ma la Storia. Quello sì che sarebbe stato il colmo» confessa oggi Demarco all’amico e collega di un tempo a l’Unità.

Bastò questo a far precipitare gli eventi, più volte ricostruiti. Si aprì così, in questo modo imprevedibile, il più grande confronto democratico di massa mai avvenuto in un partito del Novecento: il congresso dei Sì e dei No; la vittoria dei Sì e la scissione della sinistra refrattaria al cambiamento; la nascita del Pds e via via per li rami fino all’Ulivo di Prodi e all’attuale conformazione della sinistra italiana.

Dondi ricostruisce gli eventi di quella domenica fatidica con minuziosa attenzione a tutti i passaggi cronachistici. Inquadra la svolta nel contesto del dibattito di fine anni Ottanta nel Pci, tra i miglioristi che spingevano per l’unificazione socialista, vissuta dalla maggioranza del partito come una resa alle pretese annessionistiche di Craxi, i cossuttiani legati ancora a doppio filo a Mosca, più esattamente ai settori del Pcus anti Gorbačëv, e gli occhettiani orientati per una strada originale nel campo socialista europeo.  Sorpresi e indignati, forse più per le modalità della svolta che per il cambiamento del nome in sé, Ingrao, Tortorella, Natta, Mussi e altri dirigenti di primo piano, con i quali il segretario aveva pur ricercato un’intesa, sottoscrissero la ‘mozione del No’. «Al congresso nazionale di Bologna si arriva con il 67% dei voti alla mozione di Occhetto; a quella del “no” di Natta e Ingrao va il 30%, mentre Cossutta raccoglie il 3%». I miglioristi sostennero la mozione di Occhetto.

Il libro di Dondi è impreziosito a mo’ di post-fazione da una recente, fresca intervista ad Achille Occhetto (il cambiamento non si impose solo al Pci, la campana suonò per tutti i partiti dell’Italia del tempo della guerra fredda) e dalla riproposizione di un articolo di Michele Serra del 16 novembre ‘89, pubblicato sull’inserto satirico de l’Unità, Cuore, da lui diretto. Il titolo non reclama particolari sforzi esegetici: “Compagni, credetemi, è giusto così”.

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