La scuola italiana vista dal Sud presenta molte zone d’ombra. I cervelli in fuga, pochi laureati e pochi diplomati. Il grande esodo di giovani specializzati costa 4,1 miliardi di euro al Sud e all’Italia intera 16 miliardi, perché un prezzo alto lo pagano anche le regioni più sviluppate come Lombardia e Veneto. Il divario tra Nord e Sud resta però significativo ed è evidenziato dai test INVALSI, con oltre il 60% degli studenti meridionali alle superiori che non raggiunge competenze adeguate in italiano, e un gap di circa due anni di apprendimento in matematica. Le cause le possiamo rintracciare nella dispersione scolastica più alta al Sud, nelle infrastrutture carenti (mense, palestre, aule attrezzate), nelle condizioni socio-economiche più difficili e in un tessuto produttivo più povero, ma anche in una “segregazione di classi” dove gli studenti svantaggiati sono raggruppati, limitando la crescita reciproca che si verifica quando si favorisce l’integrazione. Tutti questi fattori creano una disuguaglianza di opportunità che si aggrava nel corso degli studi, trasformandosi in una “diseguaglianza di destino”, confermando che le diseguaglianze sociali ed economiche influenzano profondamente le opportunità di vita fin dalla nascita, riducendo molto lo spazio per il superamento del disagio e del divario, divenendo barriere strutturali percepite quasi come innate.
La riflessione da condurre sul legame stretto che esiste fra la condizione della scuola al Sud e lo sviluppo del Mezzogiorno potrebbe proprio collocarsi nell’intrecciarsi della condizione individuale di chi nasce al Sud e le condizioni di contesto e territorio che ne determinano le difficoltà e infine la partenza, lasciando il Sud privo di energie giovani in grado di sostenerne lo sviluppo. Tutti i dati economici degli ultimi anni che mostrano un significativo cambio di passo nello sviluppo del Sud, nell’occupazione, negli investimenti e nella crescita, non hanno però tenuto conto di questo snodo decisivo che pone un’ipoteca pesante sulla crescita duratura e strutturale del Mezzogiorno.
Il “furto di formazione” come lo definisce SVIMEZ è confermato da quanto emerge dal “Rapporto Bes 2024: il benessere equo e sostenibile in Italia” presentato a novembre 2025 dall’ISTAT[1]. I segnali di miglioramento complessivo degli indicatori nazionali di istruzione e formazione presentano sempre “differenze consistenti dal punto di vista territoriale” che permangono e creano marcate disuguaglianze.
Sistema 0-6
La disparità inizia nella prima infanzia[2]. I dati registrati dalla piattaforma ReGiS presso il MEF al 9 dicembre 2024 e esposti in un rapporto dell’Ufficio Parlamentare di bilancio (Upb) sullo stato di attuazione del «Piano asili nido e scuole dell’infanzia» mostrano che nonostante il calo demografico è in atto un aumento della domanda, mentre la pressione sulle strutture esistenti è confermata dalle liste di attesa e dal fatto che oltre il 50% delle strutture pubbliche non riesce a soddisfare completamente le richieste. La rimodulazione dello scorso anno del PNRR operata dal Governo ha prodotto un ridimensionamento dei posti da realizzare da 264.480 a 150.480 e nonostante questo aggiustamento negativo non si è comunque realizzato l’obiettivo.
La frequenza dei bambini tra 0 e 2 anni presso i nidi (che a livello nazionale si attesta al 35,2% nel triennio 2022-2024) ricalca fedelmente la distribuzione delle strutture disponibili, con “ampie carenze nel Mezzogiorno, a eccezione della Sardegna”. Se regioni come l’Emilia-Romagna (49,7%) e la Sardegna (45,7%) superano il target europeo del 45% previsto per il 2030, altre regioni come Campania (23,9%), Calabria (22,8%) e Sicilia (27,6%) registrano un valore inferiore al 30% dei bambini di 0-2 anni che frequenta il nido. Il dato medio del Mezzogiorno si ferma infatti al 27,5%. Paradossalmente, all’età di 4-5 anni, la partecipazione al sistema educativo raggiunge i valori più alti proprio al Sud (98%), perché ci si inserisce prima nella scuola dell’infanzia proprio per far fronte alle carenze delle strutture degli asili nido ed anche nella scuola primaria si registra al Sud la percentuale più alta di iscrizioni anticipatarie alla prima classe. Un paper del 2023 redatto dalla Fondazione Merita sul sistema scolastico 0-6 al Sud [3] analizza il fenomeno anche in relazione alla crisi demografica e all’occupazione femminile e pone l’accento sulla necessità, vista la valenza che tale ciclo ha su tutta la formazione dell’individuo, sulla natura di investimento e non di costo che in particolare questo ordine del sistema scolastico rappresenta.
Competenze scolastiche e dispersione: Meridione in difficoltà
Nella scuola primaria e secondaria di primo grado la situazione di divario non muta.
“La scuola è l’unica Agenzia educativa che raggiunge tutti ed è da questa che parte il rilancio del Mezzogiorno cui serve la creazione di cittadini e classi dirigenti non estrattive ma inclusive e serve superare la dispersione scolastica e quel divario fra studenti che vengono da famiglie abbienti e da famiglie disagiate che solo potrà garantire un nuovo Sud. La dispersione scolastica ha molteplici fattori concomitanti che la determinano e la rendono un fenomeno molto complesso ma una parte è sicuramente legata al bagaglio culturale familiare o all’assenza di esso e collegata direttamente alla povertà educativa”.[4]
Per la primaria soffermiamoci sulle opportunità di tempo pieno essenziali per contrastare la dispersione scolastica nelle famiglie meno abbienti e per favorire una crescita educativa e un apprendimento migliore del bambino sia nell’aspetto didattico che in quello della socialità. La percentuale di alunni che frequenta il tempo pieno nelle regioni meridionali è di poco più del 20,6%, contro il 48,7% del Centro-Nord con valori sotto il 15% come in Sicilia. Questo si traduce in meno ore di scuole e minori opportunità di occupazione soprattutto per le donne.
Per la secondaria di primo grado guardiamo alle differenze territoriali nelle competenze di base degli studenti di terza media che sono particolarmente pronunciate. Nell’anno scolastico 2024/25, la quota di studenti con competenze non adeguate è molto più alta al Sud.
Per la competenza alfabeticasi registra nel Mezzogiorno un 47,7% degli studenti che non raggiunge livelli sufficienti, contro il 37,9% del Nord. Le quote peggiori si registrano in Sicilia (53,3%), seguita da Calabria (50,8%) e Sardegna (49,1%). Per la competenza matematica il divario è ancora più ampio. Nel Mezzogiorno, il 55,3% degli studenti non raggiunge la sufficienza, a fronte del 37,6% nel Nord. Anche qui, Sicilia (62,0%), Calabria (59,5%) e Sardegna (57,9%) presentano i livelli più alti di studenti con competenze non adeguate.
Queste disuguaglianze si riflettono nell’abbandono scolastico che nel Sud Italia rimane un problema significativo, con tassi superiori alla media nazionale, specialmente in Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna dove i dati più recenti (2024-2025) indicano percentuali elevate, che superano talvolta il 20% (Sicilia) o il 17% (Campania e Puglia). Nonostante il calo nazionale di questo indicatore la quota di early leavers (individui di 18-24 anni con al più la licenza media che non studiano o lavorano) rimane troppo alta nel Mezzogiorno (12,4%) rispetto al Nord (8,4%). Le Isole in particolare registrano il valore massimo di dispersione (15,0%).
Istruzione superiore: il Sud è più lontano dall’Europa
I divari persistono anche nei livelli di istruzione conseguiti.
L’Italia si colloca ancora distante dalla media europea. I divari territoriali risultano ampi. Nel 2024, il Nord e il Centro superano il Sud sia per la quota di persone con almeno il diploma (25-64 anni) sia per i laureati (25-34 anni). Il Centro con il 72,2% di diplomati (25-64 anni) e il Nord con il 70,0% distanziano il Mezzogiorno che si colloca appena sotto il 60%. Stessa forbice per i laureati (25-34 anni) che raggiungono il 35,1% al Centro e il 34,5% al Nord, mentre al Sud rappresentano il 25,9%.
Nell’ambito della scuola secondaria di secondo grado una riflessione connessa allo sviluppo del Sud meritano l’istruzione tecnica e la formazione professionale [5]
L’ultimo rapporto INAPP (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) sottolinea come il sistema IeFP al Nord sia un sistema forte che accoglie e rimotiva una parte numericamente rilevante dei ragazzi a maggior rischio dispersione (la metà degli allievi si iscrive dopo una bocciatura) e li porta a conseguire un titolo di studio. Inoltre, la maggioranza dei ragazzi si inserisce positivamente nel mondo del lavoro in coerenza con l’indirizzo frequentato è una quota tutt’altro che residuale di loro o si motiva e ricomincia gli studi e un fatto nuovo frutto delle scelte del PNRR è che più di 100.000 ragazzi nel 2023 hanno frequentato in modalità duale con le imprese quindi diventate realmente un soggetto formativo. Tutto questo al Sud non è replicabile per le diverse caratteristiche del sistema produttivo, la minore domanda di lavoro, una tradizione di scelte orientata verso i licei e meno verso l’istruzione tecnica. Si registra una netta differenza nelle scelte tra Nord e Sud: in Veneto, gli scritti scelgono l’Istituto tecnico nel 39% dei casi mentre in Campania la percentuale si ferma al 25% e in Sicilia al 27% [6]
E’ interessante anche qualche dato sull’accesso all’università e agli ITS.
Sebbene solo un ateneo italiano, il Politecnico di Milano, figuri fra i primi cento atenei mondiali come terz’ultimo, le università del Mezzogiorno non riescono salvo alcune eccellenze, UniCal, e particolari specifiche, a posizionarsi in modo equilibrato rispetto a territorio e iscritti neanche nella classifica degli atenei italiani. I motivi sono molti non ultima la minore propensione a proseguire gli studi dopo il diploma che è nettamente inferiore al Sud. Nel 2023, il valore di neodiplomati che si iscrivono all’università nello stesso anno tra i ragazzi del Mezzogiorno è del 40,6% e in generale, il Mezzogiorno evidenzia un tasso più basso di passaggio all’università fermo al 47,9% rispetto al Nord con il 54,5% e al Centro con il 57,6%.
Un cenno meritano gli ITS Academy, Istituti Tecnici Superiori, che con la legge del 2022 hanno guadagnato un rango alternativo ai percorsi universitari e potrebbero rappresentare quel legame fra filiera produttiva e istituzioni scolastiche utile allo sviluppo e alla crescita del Sud riducendo il mismatch fra domanda e offerta di lavoro. Nell’ultimo rapporto Indire[7], in cui si sottolinea che l’occupabilità dei diplomati ITS si posiziona all’87% dei diplomati, vengono in evidenza alcuni numeri che sottolineano nuovamente una diseguaglianza a sfavore del Mezzogiorno. La distribuzione degli ITS non è equilibrata tra Nord e Sud e i corsi erogati risentono sia della collocazione in aree a maggior intensità produttiva e presenza di imprese sia della qualità dell’offerta formativa delle diverse regioni.
Mentre le regioni settentrionali possono contare su una presenza diffusa degli ITS e su varie specializzazioni, nel Mezzogiorno la presenza degli ITS è meno diffusa e inoltre le Fondazioni che li guidano non sempre sono attive riuscendo ad erogare i corsi, e laddove sono attive erogano un numero inferiore di corsi per compagine organizzativa (2,4 vs 4,4).
NEET
I divari educativi che abbiamo scorso alimentano la dinamica dei NEET, i giovani da 15-29 anni che non lavorano e non studiano. La problematica dei NEET è un indicatore estremamente sbilanciato a livello territoriale. Nonostante un calo nazionale (15,2% nel 2024), la quota di NEET è altissima nel Mezzogiorno, dove si attesta al 23,3%, in netto contrasto con il Nord (9,8%). Le regioni più colpite superano il 20%: Calabria (26,2%), Sicilia (25,7%), Campania (24,9%) e Puglia (21,4%).
Competenze digitali
Le disuguaglianze così profonde nel corso del ciclo di studi si estendono all’ambito digitale e culturale. Secondo i recenti dati dell’Eurobarometro 2025[8] meno della metà degli italiani ha competenze digitali almeno di base (45,9% nel 2023) un dato inferiore alla media europea (54%) e lontano dall’obiettivo dell’80% fissato dalla Commissione per il 2030, con uno sbilanciamento a favore del Centro-nord rispetto al Mezzogiorno, con la sola eccezione della Sardegna. Il Nord presenta il 51,3% di persone con competenze digitali di base, il Centro il 49,9%, mentre il Mezzogiorno si ferma al 36,1%.
Conclusioni
L’ Italia si conferma per istruzione e formazione un Paese a due velocità dove il Mezzogiorno pur in un momento di crescita e buone performance non può garantire ai suoi bambini e ai suoi giovani le medesime opportunità godute da chi nasce al centro e al nord del Paese. Questo gap formativo ed educativo è un divario di cittadinanza che si riflette sul capitale umano del Mezzogiorno frenando ambizioni e futuro e lo sviluppo di tutto il Sud. Nel 2035 potrebbero mancare 200.000 alunni nel Mezzogiorno: forse questo desolante alleggerimento renderà le strutture più adeguate come ritiene la Commissione europea[9] visto che al momento non sembra esserci un piano di investimenti che metta mano alle carenze che abbiamo passato in rassegna.
[1] https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/11/02-Istruzione-e-formazione.pdf
[2] https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/05/report_infanzia_2023_2024.pdf
[3] https://agendasud2030.fondazionemerita.it/positionpaper/scuola-primaria-e-cittadinanza/
[4] ibidem
[5] https://bit.ly/Merita_PolicyPaper_Scuola_Formazione_ITS/
[6] dati MiM, febbraio 2025
[7] Rapporto “ITS Academy e Lavoro 2024”, pubblicato a marzo 2025
[8] https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/library/digital-decade-2025-special-eurobarometer
[9] https://www.ilsole24ore.com/art/dal-calo-studenti-l-assist-migliorare-qualita-dell-istruzione-AHKpUf3C?refresh_ce=1

