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Peccatori che si credono redentori

Negli ultimi dieci anni, il Perù ha avuto otto presidenti. Quasi tutti hanno concluso il loro mandato a causa di crisi politiche, scandali di corruzione o lotte di potere. Ognuno di loro è entrato al governo promettendo un “nuovo inizio”, proclamandosi difensore del bene, della giustizia o della moralità contro il male altrui. Eppure, dieci anni dopo, il Paese rimane intrappolato nello stesso ciclo di instabilità, sfiducia e deterioramento istituzionale. Questa ripetizione rivela qualcosa di più profondo della semplice incompetenza: una pericolosa convinzione morale che permea l’intera classe politica.

A questo proposito, lo scrittore russo Aleksandr Solženicyn scrisse in Arcipelago Gulag che “l’ideologia dà al male la sua giustificazione e al malfattore la necessaria determinazione”. Non esiste forza più pericolosa di quella di coloro che si credono virtuosi. La politica peruviana – e più in generale la politica latinoamericana – opera oggi secondo questa stessa logica: il mito della superiorità morale, la convinzione che le buone intenzioni siano sufficienti a legittimare qualsiasi azione, anche la più distruttiva.

La sinistra redentrice e la destra moralizzatrice

La sinistra peruviana ha fatto della moralità la sua bandiera politica. Si presenta come portavoce dei “poveri” o dei “dimenticati” e si considera custode del bene. In nome della giustizia sociale, giustifica politiche improvvisate, retorica conflittuale e misure populiste che finiscono per distruggere ciò che si proponevano di proteggere. Come ci ha ricordato Milton Friedman, uno dei grandi errori della modernità è giudicare le politiche in base alle loro intenzioni piuttosto che ai loro risultati.

Ma anche la destra non sfugge alla stessa trappola. Spesso invoca la moralità religiosa, l’ordine o la difesa dei valori tradizionali per affermare la propria superiorità etica. Si presenta come un baluardo contro il caos, negando al contempo la propria complicità nella corruzione, nel clientelismo e nell’inefficienza dello Stato.

Quindi la sinistra fa la vittima e la destra fa la moralista, ma entrambe riproducono lo stesso schema: rivendicare la virtù mentre il Paese sprofonda nella sfiducia e la popolazione sopravvive grazie al lavoro autonomo.

La politica come tribunale morale

In Perù la politica è diventata un tribunale morale dove ciascun attore si proclama giudice della virtù pubblica. Il Congresso, più che , condanna: i politici si presentano come dei salvatori mentre negoziano la loro impunità, e i media pronunciano dei giudizi morali senza assumersi la responsabilità della polarizzazione che essi alimentano.

La sinistra accusa la destra di difendere i privilegi; la destra denuncia il populismo e la demagogia. Ma entrambe usano la bandiera morale come scudo di impunità e arma di attacco, nascondendo i propri interessi ed errori dietro un discorso di purezza. Nonostante le differenze ideologiche, condividono lo stesso vizio: la pretesa di superiorità morale.

L’economista Thomas Sowell ha definito questo atteggiamento “la visione dell’unto”: un’élite – politica, intellettuale o mediatica – che si crede moralmente superiore e incaricata della missione di rimodellare la società per salvarla. In Perù questa élite è debole, frammentata e frammentata. Alcuni vogliono “ricostruire la patria” attraverso il risentimento, altri “ripristinare l’ordine” attraverso la nostalgia. Tutti rivendicano la purezza morale, ma nessuno si assume la responsabilità concreta di governare.

Dall’utopia al cinismo

In un decennio e otto presidenze, il Perù è passato dalla fervente utopia al cinismo assoluto. Il popolo elegge un Presidente per governare, ma in pratica il Congresso si è arrogante questo ruolo, diventando una secondo potere esecutivo di fatto. Da dieci anni il Parlamento detiene il potere politico reale mediante un processo di destituzioni, alleanze e assoluzioni che rispondono, piuttosto che all’interesse nazionale, a dei patti concretamente destinati a mantenere fette di potere e ad assicurare la sopravvivenza politica. Alcuni parlamentari si presentano come redentori rivoluzionari; altri come restauratori dell’ordine morale. Ma tutti commettono lo stesso errore: credere che il potere li legittimi moralmente e che, semplicemente occupando un seggio, incarnino la virtù dello Stato. In realtà, usano la loro posizione per appropriarsi di spazi nell’apparato pubblico, posizionare i loro stretti collaboratori e prolungare la loro influenza.

Il risultato è un Paese senza una direzione politica, dove l’etica è diventata uno scudo retorico piuttosto che una pratica pubblica. Nel frattempo, l’economia sopravvive non grazie allo Stato, ma grazie alla capacità delle persone di adattarsi, inventare e resistere. Sono i cittadini, non i governi, a tenere a galla il Paese, adattando le proprie risorse, diversificando le proprie attività e creando opportunità laddove il potere lascia solo vuoti.

Come avvertiva Friedrich Hayek, i tentativi di imporre il bene dall’alto finiscono sempre con la coercizione e il fallimento, perché nessuno possiede la conoscenza o la virtù necessarie per pianificare la vita degli altri. Il Perù ha bisogno di meno predicatori e di amministratori più prudenti. Non di eroi morali, ma di istituzioni che funzionino. Non di retorica redentrice, ma di risultati misurabili. La lotta contro la povertà e la corruzione deve essere virtuosa, non nelle intenzioni, ma nell’efficacia.

Responsabilità piuttosto che virtù

La vera moralità politica non si misura dalle intenzioni, ma dalle conseguenze. Non nasce dall’arroganza di credersi puri, ma dall’umiltà di riconoscere i propri limiti. Quando i leader – di ogni tipo – si credono gli unici rappresentanti del bene, il dialogo muore e la democrazia si deteriora.

Dopo otto presidenti in dieci anni, il Perù non ha bisogno di un nuovo discorso morale, ma di una cultura politica di responsabilità, trasparenza e visione per il futuro. La sfida non è trovare i “buoni”, ma costruire istituzioni solide che limitino i “cattivi” e impediscano loro di fare del male.

La politica cesserà di essere un’arena per redentori quando comprenderemo che l’etica non consiste nel proclamare il bene, ma nel produrre buoni risultati. Perché, come ci ha ricordato Solženicyn, il male non inizia quando qualcuno agisce malvagiamente, ma quando è convinto di agire per il bene.

(da I-Dialogos,  2025, https://www.i-dialogos.com/analyses/pecadores-que-se-creen-redentores-la-crisis-pol%C3%ADtica-del-per%C3%BA-la-crise-politique-au-p%C3%A9rou-vidal-pinio-zambrano-ancien-maire-de-cusco2025)

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