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Mobilitazione per l’ambiente nelle periferie di Napoli

Nelle pagine che seguono parlerò di storia politica dell’ambiente suburbano e industriale, quindi è utile provare a chiarire immediatamente un paio di termini.

Partiamo dall’ “ambiente industriale” che è relativamente più semplice da definire. La storia dell’ambiente industriale è il discorso sull’interazione storica fra la società umana e un ecosistema i cui equilibri siano definiti da un processo di incorporazione delle risorse posto prevalentemente in essere da attività o presenze industriali. In altri termini, l’industria lascia sempre una grossa traccia – o impronta ecologica – nel luogo in cui è inserita, e per questo motivo gli “ambienti industriali” possono avere tanti elementi in comune. Parti importanti della Ruhr, della Rust Belt nordamericana, della Galizia spagnola, delle Midlands inglesi e del Galles, oppure, per citare casi a noi più noti, Piombino, Sesto San Giovanni, Bagnoli, sono luoghi quasi immediatamente identificabili come “ambienti industriali”. E sulle specificità e differenze fra queste e tante altre aree industriali in giro per il mondo lavorano da alcuni anni i ricercatori del partenariato internazionale DePOT (Deindustrialisation and the Politics of Our Time).

Più difficile definire l’ambiente “suburbano”, perché ci dobbiamo chiedere: che cosa intendiamo per periferia? Per me che provengo da San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia di Napoli, è il luogo della marginalità, dell’abbandono, della subalternità, del caos edilizio e dell’individualizzazione più selvaggia. Ma in altri contesti “suburbano” può essere sinonimo di quartiere operaio e di saldi legami comunitari. Oppure di contesto semi-agricolo. O di città giardino e villette a schiera. L’ “ambiente suburbano” è quindi una categoria complessa, perché chiama in causa grandi differenze di caso. Ora, io di certo non ho una definizione chiara. E su cosa sia l’ambiente suburbano, per inciso, si stanno attualmente interrogando i ricercatori della Pittsburgh University, dell’Università di Helsinki e dell’ECOSUR (centro di ricerca messicano), in una ricerca che sia chiama appunto “On the Definition of Suburban”.

Ad ogni modo, se dobbiamo andare caso per caso l’ambiente suburbano di Napoli è sicuramente l’ambito di una relazione diseguale, perché le sue periferie Est e Ovest sono state ad un tempo aree di espansione urbana più o meno selvaggia e due delle più importanti aree industriali del Mezzogiorno d’Italia. Ad Est c’è stata sin dai primi del Novecento una presenza industriale diffusa e capillare, con tantissimi settori produttivi coinvolti, dalla concia alla meccanica, dal tessile al petrolio. E queste grandissime fabbriche o minuscoli laboratori artigiani erano un po’ dappertutto. I loro resti, spesso, sono ancora lì. Sono affianco, addosso e persino dentro le case d’abitazione: del resto sono cresciuti assieme alle case, lungo tutto il Novecento. A Bagnoli, invece, le fabbriche sono quattro e soprattutto sono recintate un po’ meglio. Nel corso della sua storia, il confine tra fabbrica e città a Bagnoli è sempre stato abbastanza nitido.

Quello che più accomuna le storie delle due periferie industriali di Napoli sono ovviamente gli eventi, che avvengono nello stesso contesto cittadino e segnano la storia ambientale della città. Mi limito alla seconda metà del Novecento e parlo del colera del 1973, ovvero il momento in cui Napoli ha rivelato tutte le sue fragilità sul piano sanitario, come ha dimostrato tra gli altri Gabriella Corona. Parlo del terremoto del 1980, cartina al tornasole di un dissesto urbano e di una vulnerabilità sociale profondissima, non solo a Napoli ma in tutta la regione campana (e su questo rimando alle ricerche di Anna Maria Zaccaria). E parlo dell’esplosione del deposito Agip del 1985, cioè quello che Roberto Parisi ha definito “il momento mediaticamente più evidente del processo di deindustrializzazione a Napoli”, dato che in quella metà degli anni Ottanta le periferie  Est e Ovest sono ormai accomunate dal lento declino industriale.

Insomma, la storia ambientale delle periferie di Napoli è una storia ricchissima perché fatta di problemi strutturali e irrisolti. Ed è anche una storia di continue emergenze, che spesso “ricattano” la pianificazione territoriale ordinaria e ne sovvertono gli intenti, per usare un’espressione coniata da Vezio De Lucia. Trasposto sul piano della mobilitazione politica, che è l’oggetto privilegiato della mia ricerca, tutto questo può essere sinonimo di una riproposizione costante del tema ambientale nell’agenda politica di un gran numero di attori.

La storia della mobilitazione politica per l’ambiente nelle periferie industriali napoletane inizia col dibattito sul Piano Regolatore del 1969-72. È questo il momento storico in cui il Ministero dei Lavori Pubblici si fa fautore di orientamenti più propriamente ecologisti per Napoli. La pianificazione ministeriale permette di aggregare magistrati, urbanisti, enti di ricerca e gli ambientalisti di Italia Nostra Napoli, WWF Campania e altri: ovvero, si costituisce la prima rete ambientalista a Napoli. Uno degli obiettivi principali di questa rete è la delocalizzazione delle grandi industrie di base e inquinanti dalle periferie napoletane. A Bagnoli, la più grande è ovviamente l’Italsider (siderurgica), ma c’è anche la Cementir (cementificio), l’Eternit (cemento-amianto) e la Federconsorzi (chimica). A Napoli Est si parla prevalentemente della delocalizzazione della filiera del petrolio – cioè la logistica, la raffinazione e il petrolchimico – che vede tante società impegnate nel territorio: le più importanti sono la compagnia statunitense MobilOil e l’Agip.

Ora, tutte queste realtà industriali, ad Est come ad Ovest, dovrebbero essere spostate fuori da Napoli, stando al nuovo Piano Regolatore approvato dal Ministero dei Lavori Pubblici nel 1972. Ma un progetto del genere è un po’ difficile da spiegare agli industriali, ai partiti della sinistra operaia, agli operai e alle grandi clientele politiche cittadine e regionali. In molti affermano che si tratterebbe di un’operazione brutale, sul piano occupazionale, politico ed economico. E infatti le forze che si oppongono sono tante. Dall’altro lato della barricata ci sono gli ambientalisti, che in linea di massima sostengono il progetto dei Lavori Pubblici di spostare le grandi industrie fuori da Napoli, anche denunciandone problemi di natura ecologica, come l’inquinamento.

Ma sin dagli Settanta iniziano le differenze fra il caso di Napoli Ovest e quello di Napoli Est. Nella storia della mobilitazione contro l’Italsider di Bagnoli, gli ambientalisti hanno sempre avuto un grande successo, per quanto oggi questa frase possa sembrare strana. Sin dagli anni Settanta, su Bagnoli gli ambientalisti hanno sempre mantenuto alta l’attenzione mediatica; sono riusciti molto spesso a coinvolgere una parte non irrilevante dell’opinione pubblica cittadina; sono stati in grado di garantirsi un patrocinio istituzionale con continuità. Per tutti questi motivi sono riusciti a creare delle minacce concrete alle industrie inquinanti. Due esempi su questo.

A metà anni Settanta, la Regione Campania, il Comune di Napoli e l’Italsider contrattano continue varianti al Piano Regolatore, per aggirare l’obbligo legale di dover trasferire la fabbrica. Nel fare questa operazione, nel chiuso delle commissioni urbanistiche, gli enti pubblici commettono una serie di illeciti amministrativi, anche abbastanza gravi, perché ignorano continuamente i pareri degli organi tecnici. Tradotto: se la priorità politica è quella di mantenere qui le fabbriche, le conseguenze reali (quelle che vengono fuori dai consulti tecnici) contano poco. Anche e soprattutto sul piano ambientale. Ora, venuti a conoscenza di questi illeciti, gli ambientalisti espongono continui ricorsi al TAR contro le varianti Italsider e per almeno un decennio creano serie preoccupazioni agli industriali. Secondo esempio. Nel 1985 gli ambientalisti napoletani collaborano alla stesura del decreto Galasso, poi convertito nella legge omonima che impone il vincolo paesistico su tutta una serie di territori, come le linee di costa, le rive dei laghi, i ghiacciai ecc. Bene, a Bagnoli questo vincolo interessa anche l’area attorno all’Italsider, dove la fabbrica vorrebbe continuare ad espandersi. Quindi il vincolo obbliga l’azienda a presentare (ironia della sorte) continui ricorsi al TAR per farlo annullare. Per una volta, insomma, il lobbying degli ambientalisti prevale su quello degli industriali e crea minacce concrete.

Nell’area Est, invece, gli ambientalisti sono abbastanza innocui. Non riescono a coinvolgere la cittadinanza, perdono presto i propri legami con le istituzioni e soprattutto perdono di credibilità scientifica. Questo è un aspetto molto importante delle mobilitazioni per l’ambiente. Ed anche molto complesso, perché le questioni ecologiche sono spesso difficilissime, intrecciate, contorte. Anche qui faccio due esempi. Nel 1975 gli ambientalisti napoletani scelgono di ignorare i risultati delle prime indagini ufficiali sullo stato dell’ambiente nella zona Est. Le ha condotte il Comune, ma gli ambientalisti le reputano troppo “gentili” nei confronti degli industriali. In realtà a guardarle bene hanno degli elementi critici: ad esempio, nel caso dei petroli, si notano in queste indagini dei forti sforamenti nelle emissioni di piombo. Ma in ogni caso, per gli ambientalisti è troppo poco, quindi è loro convinzione che i petrolieri abbiano corrotto gli organi pubblici di controllo. La risposta è quella di fare delle rilevazioni autonome, con le quali calcolarsi da soli le emissioni e opporre quei risultati ai dati ufficiali. Ma è ovvio che le rilevazioni ufficiali abbiano maggiore autorevolezza di quelle di un gruppo di interessi, come ben testimoniato dalla reazione della stampa e dell’opinione pubblica del tempo. E quindi gli ambientalisti perdono di credibilità, nella lotta contro l’industria inquinante dell’area Est.

Altro esempio: tra il 1979 e il 1980 gli ambientalisti rinunciano a denunciare i primi gravi incidenti che si verificano nell’area dei petroli, cioè incendi e fughe di gas tossici. Questo perché, per le ragioni di cui sopra, hanno da alcuni anni perso interesse e mordente nell’affrontare la questione ambientale nell’area orientale. Quindi, quando nel 1985 esplode il deposito dell’Agip, facendo cinque morti, decine di feriti e migliaia di sfollati, la voce degli ecologisti è solo una tra le tante che grida allo scandalo e chiede vendetta. Ma niente di più. Cioè non può trarre particolare legittimazione dall’evento e mettersi alla testa di un movimento di opinione. E infatti, subito dopo il disastro, la mobilitazione ambientalista per l’area Est si disperde di nuovo. Per poi riaggregarsi nel 1993 e chiedere la chiusura della raffineria, dopo un’altra serie di incidenti. E poi si disperde di nuovo. Ecco, questo è il carattere storico della mobilitazione ambientalista contro l’industria dell’area Est: un carattere “carsico”. Fatto di pieni e di vuoti. Del tutto privo della continuità che invece caratterizza la mobilitazione per l’area Ovest.

Un momento storico eccezionale sono gli anni Novanta, cioè gli anni della pianificazione urbanistica bassoliniana. Sono anni in cui gli ambientalisti hanno un peso forte nel definire le scelte urbanistiche per Bagnoli e Napoli Est. Nel frattempo l’Italsider ha chiuso i battenti, e si parla per la prima volta di fare un parco urbano sulle sue macerie o di restituire la balneabilità alla costa. Anche le raffinerie hanno chiuso e si parla di un grande parco urbano che arrivi da Ponticelli fino alla costa (il “Parco del Sebeto”). Bene, questi indirizzi qui hanno anche a che fare anche col peso che gli ambientalisti napoletani hanno avuto sin dagli anni Settanta sia sulla politica, sia sui tecnici che si sono occupati della stesura dei piani urbanistici, tra cui i “Ragazzi” del Piano raccontati da Gabriella Corona.

Poi concretamente ci sono tutti i limiti e i tempi delle bonifiche delle aree ex industriali. Ma qui comincia un’altra storia. Per discutere di questa storia “nuova”, conviene tornare un attimo alla teoria e tirare in ballo due concetti-chiave, che provengono uno dalla filosofia teorica e l’altro dagli studi sulla deindustrializzazione. Il primo è quello che Deleuze e Guattari definiscono il “ciclo della territorializzazione”. Il ciclo della territorializzazione è applicato perlopiù agli studi coloniali e post-coloniali e consiste nella decostruzione e ricostruzione di un territorio “dall’alto”, per così dire. È un processo che si può comprendere facilmente se applicato ai territori di cui gli indigeni sono dispossessati dai coloni, ma si può applicare anche alle aree inquinate, periferiche e deindustrializzate come le nostre. Nel nostro caso, la ridefinizione e la presa di possesso del territorio passano anche attraverso le politiche per l’ambiente, cioè le bonifiche e la riqualificazione urbana.

A fare da argine a questo processo ci può essere un altro ciclo di territorializzazione, quello che proviene “dal basso”, per così dire. E qui conviene citare l’altro concetto, che discende dai deindustrialisation studies, ed è quello di ruination coniato da Alice Mah. È intraducibile in italiano, sarebbe “rovinizzazione”. Però se qualcuno di voi ha conosciuto o sofferto un forte trauma, può comprenderlo bene. È un processo di devastazione interiore, individuale e collettiva, che lascia dietro di sé paesaggi di incertezza, memorie collettive traumatiche, nostalgie ambivalenti. L’ambivalenza è il sentimento più evidente, perché le comunità deindustrializzate non sono soltanto devastate, ma hanno un forte senso di attaccamento al territorio, un forte senso di rivalsa, la necessità di rovesciare stigmi e stereotipi. E l’ambiente può diventare uno degli strumenti di questa rivalsa.

Ora, entrambi i nostri casi studio sono segnati da forti cicli di territorializzazione. Molto più evidenti a Bagnoli per i miliardi investiti dallo Stato. Più nascosti a Napoli Est per la presenza capillare dei privati e una forte frammentazione nelle titolarità dei suoli. Questa diversa visibilità ha sicuramente segnato una reazione differente, nella mobilitazione per l’ambiente.

Ma, d’altro canto, Bagnoli è un centro d’attrazione. Attrae attraverso il mito e attrae attraverso le parole d’ordine del movimento operaio di un tempo. So che può sembrare strano, perché per tanto tempo i caschi gialli di Bagnoli hanno avuto una posizione ambivalente rispetto all’ambiente. Ma oggi alcuni ex operai pure animano la mobilitazione per l’ambiente, perché stanno elaborando un trauma collettivo, quello della chiusura di una fabbrica come l’Italsider che gli garantiva certezze identitarie oltre che economiche. E il modo di alcuni ex operai nell’elaborare questo trauma è quello di immaginare un futuro migliore, più sano e più verde per il quartiere. Per carità, è un modo peculiare di concepire l’ambientalismo, sicuramente molto lontano dall’ecologia scientifica. Anzi, può capitare che queste persone e i loro eredi siano ancora ai ferri corti con gli ecologisti di associazioni come Legambiente o il WWF.

Ad ogni modo, Bagnoli è un simbolo. E quindi attrae decine di giovani attivisti da tutta la città, attrae artisti, attrae professionisti. In questo modo, crea innovazione nelle forme di mobilitazione. Bagnoli, negli anni, ha ospitato tanti spazi collettivi e beni comuni in grado di maturare proposte utili alla mobilitazione per l’ambiente. Penso ai più datati come Iskra, nato nel 2009, o il Lido Pola, nel 2012, Villa Medusa, nel 2013, o l’Osservatorio Popolare nel 2016. Queste realtà hanno fatto del loro impegno per l’ambiente una risposta alla ruination, alla marginalizzazione, alla devastazione individuale e collettiva di cui sopra.

A Napoli Est, invece, la mobilitazione mantiene il suo carattere “carsico”. I nodi della rete sono delle personalità di spicco. Perlopiù si tratta di persone di una certa età, alcuni ex operai, altri medici o professionisti attivi in comitati di quartiere. I corpi intermedi come sindacati e partiti hanno poco peso: tuttalpiù, reggono ancora le parrocchie come centri di aggregazione e politicizzazione. Manca, tuttavia, in prima battuta quella divisione scientifica della mobilitazione che è invece forte a Bagnoli: ovvero, mancano i professionisti dell’ambiente, mancano gli esperti legali, mancano i comunicatori. Ci sarebbero pure, in quel terzo settore che nell’area orientale di Napoli è vivacissimo, ma il terzo settore e la mobilitazione di base non sono riusciti, ad oggi, a creare un’agenda condivisa sull’ambiente. Per questi motivi la mobilitazione fatica a costruire il rischio ambientale, cioè a fare il primo passo necessario ad abbattere il muro di indifferenza di una comunità che di per sé è già sfiduciata, slegata e con un forte senso di marginalità e abbandono da parte delle istituzioni e della politica. Per gli stessi motivi la mobilitazione riesce solo raramente a creare delle minacce agli attori della territorializzazione “dall’alto”, come ad esempio le grandi compagnie petrolifere, che dal canto loro sono bravissime a demolire la mobilitazione attraverso compensazioni, lobbying, ingerenze e quant’altro.

In sintesi, abbiamo due casi molto diversi fra loro, nonostante siano distanti pochi chilometri e facciano parte della stessa città. Da un lato una periferia dai tratti mitologici, un simbolo, un luogo d’attrazione per l’intera città, un laboratorio della mobilitazione per l’ambiente. Dall’altro una periferia invisibile, un’area depressa che ancora fatica a trovare gli strumenti utili ad osservare il trauma della deindustrializzazione e della devastazione ambientale.

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