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L’Europa potenza leggera

Nella fitta nebbia che grava sul mondo sembra d’intravvedere quale nuovo “ordine” mondiale abbiano in mente Trump, Putin, Xi Jinping: chiamiamolo Yalta 2.0. Un mondo di potenze globali in equilibrio politico-strategico-militare. Se le potenze globali saranno due, Stati Uniti e Cina, o tre con la Russia, come sogna (s’illude?) Putin, si vedrà.

          Se il mondo è incamminato verso Yalta 2.0, la più grossa pietra d’inciampo è l’Unione europea (UE). Washington e Mosca sono molto esplicite e conseguenti su questo punto, Pechino usa toni più sfumati e lascia porte socchiuse. Per la prima volta dalla sua nascita, in cima all’agenda della UE sta la sua collocazione nel mondo, che non è più né prestabilita né garantita.

          Il tema è se la UE sia destinata a degradarsi nella “Europa delle nazioni”, un’ arena di accordi e disaccordi tra stati sovrani dediti al proprio interesse nazionale, oppure se sia, voglia essere, un presidio di sviluppo, cooperazione, pace. Un sfida vitale ma estremamente impegnativa non solo per la forza delle pressioni esterne ma anche, se non soprattutto, per via delle debolezze interne.

          L’Europa che vogliamo può essere la chiave per il mondo che vogliamo. Le idee non mancano, prodotte da studiosi del massimo livello, centri studi, movimenti della società civile (anche qualche partito politico). Occupano intere biblioteche. Entrare nei dettagli non è lo scopo di questo scritto, mentre vorrei provare a dare un’idea di Europa nel mondo nella quale noi europei possiamo credere, riconoscerci, impegnarci. Non è facile trovare le parole giuste, ma quelle che mi sembrano più adatte formano, volutamente, un ossimoro: potenza leggera.  Una definizione che s’ispira al termine inglese soft power, e vuol essere un richiamo, e un omaggio, alla virtù della leggerezza magistralmente ritratta da Italo Calvino nelle Lezioni americane.

Il destino dell’Europa delle nazioni

          Il quadro politico europeo si è costantemente deteriorato a partire dalla cattiva gestione della crisi finanziaria mondiale del 2007-08 e del successivo decennio. La volontà politica per procedere verso il rafforzamento dell’integrazione europea e della identità dell’Unione si è affievolita, mentre si è rafforzata la spinta sovranista – il Nazionalismo 2.0 analizzato da Sergio Fabbrini nel suo ultimo lavoro[1] – che ha trovato il proprio incubatore nel Consiglio europeo dove siedono, e decidono (all’unanimità), i capi di stato e di governo.

          Ciò è avvenuto, sta avvenendo, non solo perché si sono rafforzati i partiti apertamente avversi all’integrazione europea – i sovranisti maleducatima soprattutto perché i partiti ufficialmente europeisti, e ossequiosi con le istituzioni europee, quando ancora governano sono a loro volta diventati sovranisti – sovranisti perbene.

          I vertici del mondo economico europeo spingono nella direzione della competizione per imitazione degli Stati Uniti e della Cina. Per farlo reclamano un alleggerimento degli standard della concorrenza, della qualità di governo delle imprese, della sicurezza sociale, alimentare, ambientale, digitale, personale. Ma davvero vogliamo credere che gli imprenditori del capitalismo cinese siano  più liberi degli europei, o che il capitalismo a Stelle e Strisce stia funzionando a meraviglia?

          Dispiace che i due documenti di maggior impatto mediatico prodotti ultimamente dalla UE, i Rapporti delle commissioni coordinate da Enrico Letta sul mercato unico e da Mario Draghi sulla competitività, diano l’opportunità a queste voci che si levano dal mondo economico di fregiarsi di autorevoli citazioni. Ma, mentre i due Rapporti sottolineano con forza che cambiamenti di questa portata richiedono un salto in alto verso una UE più sovranazionale, tanto i sovranisti maleducati quanto quelli perbene ne hanno tratto occasione per muoversi, e far muovere la Commissione europea, nella direzione opposta, per ritrasferire poteri e prerogative ai governi nazionali. Basta vedere com’è stato ristrutturato il misero bilancio comunitario pluriennale o com’è stato concepito l’infausto piano di spese militari Re-Arm EU .

          La strategia della competizione per imitazione è erronea alla radice. In un mondo di hard powers avvierebbe l’Europa delle nazioni verso lo stesso destino dell’Italia allorché, a partire dal XVI secolo, il Mediterraneo cessò di essere il fulcro del commercio mondiale, e le  leve della politica e dell’economia passarono ai grandi Stati unitari del centro e nord Europa. Le luci scintillanti dei comuni e delle signorie si spensero, e la penisola con la sua congerie di staterelli litigiosi e asserviti a qualche protettore scivolò nell’ombra per i successivi tre secoli.

          L’unica strategia vitale, che con tenacia devono costruire le forze politiche genuinamente votate al bene dei propri cittadini, è quella che va– uso la bella immagine creata da Fabrizio De André – in direzione ostinata e contraria alla rincorsa per imitazione degli hard powers. Unirsi più strettamente per fare della UE una potenza leggera, attrattiva per chi in Europa e nel mondo desidera prosperità con equità e giustizia, cooperazione e sicurezza, la forza del diritto anziché il diritto della forza.

Le vie del soft power

          Moreno Bertoldi e Marco Buti, in uno studio per lo Schuman Centre dell’Istituto Universitario Europeo[2], ci ricordano che l’Europa, presa nel suo insieme, avrebbe le caratteristiche materiali di una potenza globale – popolazione, estensione territoriale, livello del PIL totale e pro capite, capacità produttiva, ampiezza del commercio internazionale, e, nonostante l’allarmismo dilagante, anche un livello di spesa militare seconda solo agli Stati Uniti e maggiore della Cina (le cifre del 2024 in miliardi di dollari: Stati Uniti 997,3, UE 367,6, Cina 313).

          Tuttavia, mentre possiamo creare un’Europa fittizia sommando i numeri di ciascun paese, non possiamo farlo politicamente perché ventisette nazioni sovrane non ne fanno una sola. È un altro  modo di vedere perché  l’Europa delle nazioni è una strada suicida, anche per chi brama una politica di potenza.

          Bertoldi e Buti – come diversi altri studiosi prestigiosi tra cui Olivier Blanchard, Jean Pisani-Ferry e Thomas Piketty – sollecitano l’Europa a dar vita a “un mondo post-americano”, possibilmente migliore di quello che ha causato gli enormi problemi in cui siamo precipitati. E’ illusorio credere che il ruolo dell’America nel mondo e verso l’Europa torni a essere quello prima di Trump; il cambiamento è cominciato ben prima della sua incoronazione.

          In questa prospettiva l’Europa gode di un’altra supremazia di scala globale, il suo soft power – potere leggero, appunto. Si misura con la capacità di attrazione -il nucleo originario del Trattato di Roma del 1957 era di sei membri, se ne sono via via aggiunti ventidue, uno solo è uscito, e attualmente i candidati all’ammissione sono nove. Si misura con la partecipazione ai maggiori organismi di cooperazione internazionale; con la rete di propri accordi di cooperazione e libero scambio; con il primo posto nella erogazione di aiuti allo sviluppo e assistenza umanitaria. Si misura con la capacità di far rispettare, a chi vuole entrare in un mercato di quattrocentocinquanta milioni di persone, i nostri standard di sicurezza merceologica e ambientale (che vuol dire difesa della salute, dei gusti e delle eccellenze territoriali) e le nostre regole di tutela della concorrenza (che oggi ha molto a che fare con la libertà e la democrazia).

          Quattrocentocinquanta milioni di cittadini che costituiscono anche la più grande comunità umana del pianeta convivente in pace e benessere, con pieno godimento delle fondamentali libertà civili, economiche e politiche.

          Tre osservazioni importanti. Prima: qui, nel potere leggero, possiamo vedere per davvero una sola Europa, perché tutte queste realizzazioni sono in capo alla UE e all’ombrello che essa offre alle leggi nazionali. Seconda: questa è la sostanza di quell’araba fenice che è l’identità europea – quel che ci fa sentire e dire europei nei confronti di russi, cinesi o americani.  Terza: la preminenza mondiale in questi campi si va rafforzando nella misura in cui gli Stati Uniti se ne stanno ritirando. Lasciare il campo proprio ora sarebbe una resa suicida.

           Come primo passo l’Europa dovrebbe farsi promotrice di una vera “coalizione dei volenterosi” per costruire sul commercio internazionale e sulle altre questioni globali divelte da Trump accordi con il maggior numero possibile di paesi, a cominciare da quelli del Sud Globale. Si dice: ci vogliono anni. Infatti, bisogna cominciare subito, con idee chiare e unità d’intenti, anche perché alcuni accordi sono già esistenti – basta avere la volontà politica di rafforzarli ed estenderli.

          Con Andrea Boitani abbiamo avanzato una ipotesi che fa leva su alcune caratteristiche ben precise.[3] La prima riguarda le materie degli accordi, che devono comprendere i cosiddetti beni pubblici globali: commercio, finanza, tassazione, clima, salute, sicurezza. Sono materie per le quali è ben noto che un sistema di cooperazione multilaterale ha efficacia superiore rispetto ad accordi bilaterali scoordinati o addirittura ognun per sé.

          Si obietta che questi “club” di anime belle non hanno mai funzionato fino in fondo per la stessa ragione che li rende utili: i benefici globali, proprio perché globali, possono essere goduti anche da chi non s’iscrive al club (si pensi al clima o alla salute), quindi meglio non pagare il biglietto d’ingresso e godersi l’aria pulita e sana. Vero, la potenza leggera non può e non deve essere una strategia ingenua: richiede delle tecniche di difesa.

          Eccone una, suggerita dal Nobel americano William Nordhaus proprio in materia di clima. In sostanza pensiamo a dazi, usati non come clava coercitiva, ma come strumenti per creare e proteggere un club in cui si entra gratis per riceverne i benefici della cooperazione, mentre si paga per restarne fuori. L’adesione al club è libera, ma i membri hanno la facoltà d’imporre dazi commerciali ai paesi terzi che decidono di non aderire. Tale opzione va esercitata secondo criteri ben definiti a priori, trasparenti, non arbitrari, e in maniera concordata con gli altri membri. Il gettito dei dazi verrebbe distribuito in proporzioni più favorevoli per i paesi bisognosi di sussidi per le politiche di sviluppo o ambientali.

          Lo sdoganamento dei dazi, stante il mutismo delle istituzioni che dovevano vigilare sul commercio mondiale, è un’opportunità da cogliere per utilizzarli per una buona causa, che i buoni princìpi economici, inclusi quelli della Organizzazione Mondiale del Commercio, accordano da sempre: correggere le distorsioni di mercato e gli impedimenti di una equa cooperazione internazionale (impedimenti veri e non inventati, naturalmente).

          Un paese che si vuol collocare al centro di un sistema di relazioni internazionali ordinate deve garantire un altro bene pubblico globale: le condizioni affinché l’economia internazionale sia un gioco a somma positiva. Ciò significa non solo creare uno spazio di libero scambio e di accesso ai propri mercati, ma anche garantire un livello adeguato di domanda globale.

          In altre parole, il paese centrale non può avere un modello economico basato sull’invasione delle proprie merci nei mercati altrui  a fronte di una domanda interna sistematicamente inferiore alla capacità produttiva. Ma questo è proprio quello che contraddistingue le maggiori economie europee (Germania e Italia  in primis) e la UE nel suo insieme, dove il rapporto tra esportazioni nette e PIL era allo 0,9% nel 2000 e ha raggiunto il 4,4% nel 2024.

          Questo assetto macroeconomico “neomercantilista” comporta l’altra anomalia storica della UE, ossia una massa di risparmio superiore all’investimento in nuovi mezzi di produzione. La media degli ultimi trent’anni dice che il rapporto tra risparmio privato e PIL è stato il doppio di quello dell’investimento (8,1% contro 4,2%), stante a indicare che nella UE potrebbe aumentare la domanda interna sia di beni di consumo che d’investimento. Ha fatto scalpore la stima di 800 miliardi di investment gap contenuta nel Rapporto Draghi.

Riformare per trasformare

          Cresciuta come mater dispensatrice di agende riformiste scritte dai figli maiores per i figli minores, oggi la UE deve riformare profondamente sé stessa, ovvero devono farlo i figli tutti. Anche in questo campo sono state prodotte idee, proposte, programmi, dai migliori cervelli fino a personalità politiche e istituzionali, con creatività d’immagini – l’Europa a più velocità, a cerchi concentrici, a geometria variabile, dei volenterosi, federalismo a bassa intensità.

          Ma attenzione a non confondere i mezzi coi fini, l’ingegneria istituzionale con il modello di societàche si vuol realizzare. Se è vero che la battaglia per costruire una nuova casa comune adatta ai tempi è molto difficile, sarà impossibile vincerla senza conquistare prima le menti e i cuori, le braccia e le gambe delle cittadine e dei cittadini d’Europa con un progetto di trasformazione capace di ricomporre le fratture tra economia e società, tra libertà e uguaglianza, tra capitalismo e democrazia.

          Una data da ricordare. Il 18 aprile 1952 sei savi s’incontrarono a Parigi. Venivano da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Italia, Paesi Bassi. Solo pochi anni prima due di questi paesi soccombevano nella immane carneficina che avevano portato casa per casa nel cuore degli altri quattro. La ricostruzione, non solo materiale, era ancora incompleta. I sei savi avevano deciso di mettere in comune, non quel su cui erano concordi, ma le risorse vitali che più li avevano divisi ed erano gravide di lutti: il carbone e l’acciaio. Così nacque l’integrazione europea come progetto di pace e prosperità.


[1] Fabbrini S. (2025), Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata, Milano, Mondadori.

[2] Bertoldi M., Buti M. (2025), “The European Union in a pincer between an “extractive” and a “dependency” superpower”, European University Institute, Robert Schuman Centre for Advanced Studies, Working Paper n. 35.

[3] “L’Europa, i dazi e il club post-americano”, Menabò di Etica ed Economia, 14 giugno 2025, www.eticaeconomia.it.

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