1. Le correnti.
Avremo dei mesi davanti in cui parleremo molto di questa “riforma”, e francamente preferirei parlare di altro. Perché questa riforma non contiene niente, è sostanzialmente un bluff. Non è la riforma della giustizia, non c’è una parola su come funzionerà la giustizia e come risolverne i ben noti problemi. E non è neanche la riforma che introduce la separazione delle carriere, che adesso vedremo cosa vuol dire. È solo una modifica limitata alla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), con un obiettivo preciso: quello di far saltare la rappresentanza elettiva dei magistrati.
Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo costituzionale, presieduto dal Capo dello Stato, in cui siedono i rappresentanti dei magistrati e altri soggetti eletti dal Parlamento. La maggioranza è fatta dai rappresentanti dei magistrati. Il problema qual è? È che da sempre la rappresentanza è elettiva: come in tutte le elezioni, ci sono dei candidati; e come sempre i candidati dicono che cosa pensano della giustizia e di come debba essere amministrata. Naturalmente questo crea orientamenti diversi, le famose correnti. Non è che tutti i magistrati siano schierati in correnti, anzi. Però ci sono delle correnti più a sinistra, delle correnti più moderate, altre correnti più conservatrici e buona parte dei magistrati si riconosce in una o nell’altra corrente: ognuna elegge i propri rappresentanti nel Consiglio Superiore della Magistratura. Questo è un organo importante perché gestisce la carriera dei magistrati: le promozioni, gli spostamenti, i procedimenti disciplinari, le sanzioni, sono tutte competenze di questo organo. Per cui i magistrati, sono molto attenti a chi mandano a rappresentarli, come è ovvio.
Ovviamente questo crea una certa solidarietà di corporazione. Può essere diversamente? I magistrati si dividono in correnti, queste correnti hanno un certo riferimento culturale, spesso anche molto criticabile: perché su come si interpreta il diritto, su come lo si applica, sui rapporti con la Costituzione o con il diritto europeo, c’è una certa diversità di idee. Non è la stessa cosa essere il magistrato tradizionale che, come dicono quelli che ci governano, “applica e non interpreta le leggi” ed essere invece un magistrato più socialmente sensibile, che non si nasconde i problemi relativi alle persone e alle loro condizioni sociali di chi hanno davanti: il famoso furto della mela che non è comparabile con una qualche manovra sul mercato azionario per rubare soldi ai risparmiatori, per esempio. Che siano entrambi furti non significa che devono essere affrontati nella stessa maniera. Un minimo di senso sociale dei magistrati c’è sempre: c’è la corrente di sinistra, magistratura democratica, che ha una sua rivista, un suo movimento, un suo dibattito in cui si dicono cose che talvolta non mi piacciono affatto; e c’è la corrente più conservatrice, che ha molta meno impegno culturale e sensibilità sociale, ma costituisce il grosso blocco della magistratura. L’Associazione nazionale dei magistrati ha un Presidente, quello attuale credo sia sostanzialmente conservatore; magistratura democratica, la corrente di sinistra, non ha mai avuto una maggioranza nella rappresentanza dei magistrati (vi sono scritti meno di un magistrato su dieci). Però quello che disturba è il fatto che ci siano queste correnti e ci siano questi momenti elettorali; e ci siano di conseguenza anche dei dibattiti interni ai magistrati. L’unico obiettivo serio di questa riforma è proprio togliere il momento elettorale e il dibattito pubblico. Resta in piedi il Csm, anzi se ne fanno due, anzi se ne fanno tre, a proposito del risparmio! Ma questi organi non sono più eletti dai magistrati, perché la loro rappresentanza sarà estratta a sorte: che è una delle cose più stupide che esista al mondo. Il principio del sorteggio è applicato anche nelle commissioni per l’abilitazione all’università: il risultato è che le persone più brave cercano di difendersi, accusano una grave malattia, un prossimo lutto in casa e se ne tolgono; i cretini si illuminano perché finalmente posso vendicarsi di tutti i torti patiti. Moltiplicate questo per circa 15.000 magistrati, vi rendete conto quanto sia alta probabilità di una rappresentanza fatta di persone che significano poco o niente, e magari hanno piccole vendette da fare. Che senso ha? Ma questo è l’unico oggetto della riforma, il suo scopo è solo quello di indebolire la rappresentanza dei magistrati. Entra nella logica della guerra che questa maggioranza e questo governo fa ai magistrati.
2. Non c’è nessuna riforma della giustizia
È una riforma da poco fatta da gente che non ci capisce molto. Lo stesso ministro Nordio era un magistrato abbastanza mediocre e che non ha mai raggiunto livelli professionali di spicco. Il risultato è che questa riforma vorrebbe fare delle cose ma non fa nulla. Salvo appunto togliere la rappresentanza dei magistrati, introdurre il sistema del sorteggio e poi preparare il terreno a quello che vorrebbe essere l’obiettivo politico finale: la separazione delle carriere.
Allora vediamo nel merito cosa vuol dire la separazione delle carriere. Attualmente come funziona? Attualmente funziona che si diventa magistrati dopo un concorso nazionale durissimo, probabilmente il più duro concorso che sia rimasto nel nostro ordinamento. Dopodiché i vincitori fanno un anno e mezzo di tirocinio e poi devono superare un altro giudizio di idoneità: solo alla fine decidono che cosa faranno da grandi, se i giudici o i pm, i magistrati giudicanti, i giudici veri e propri, o i “requirenti”, cioè i pubblici ministeri, che formano la Procura della Repubblica. Due funzioni diverse: attualmente il passaggio da una carriera all’altra è consentito una sola volta nella vita, cambiando regione. Sono rarissimi i casi di mutamento di carriera, meno dell’uno per 100 dei magistrati la affrontano, per cui di fatto le carriere sono già separate. E forse questo non è un bene.
Ora si vorrebbe che queste due carriere si dividessero definitivamente: ma questo proposito non è attuato dalla riforma costituzionale in discussione, che si limita a spaccare il Consiglio superiore della magistratura, cioè l’organo che era elettivo e non sarà più elettivo e che gestisce la vita professionale dei magistrati: lo si vuole dividere in due organi, uno dei giudici e uno del magistrati requirenti, dei PM. Tutti e due sono presieduti dal capo dello Stato che poi delega qualcuno a svolgere le sue funzioni: e poi sono composti da magistrati, magistrati non più elettivi ma estratti a sorte e da altri soggetti scelti dal parlamento. Questi organi hanno anche competenze disciplinari, sono i giudici dei giudici.
Attualmente se un giudice commette qualcosa di grave viene sanzionato con regolare processo, con tanto di avvocati, dibattimento e sentenze, appellabili di fronte alla Cassazione. Non è frequentissimo che i magistrati subiscano un giudizio disciplinare, non è frequentissimo che vengano condannati. C’è il sospetto che vi sia una certa solidarietà tra i giudici e i giudici. Ma se andiamo a vedere cos’è il Consiglio disciplinare degli ordini di avvocati e quale severità ha nei confronti degli avvocati suoi soci… Il corporativismo è una malattia indelebile. Però gli episodi più gravi sono sanzionati. Adesso, se passa questa riforma, avremo due Csm separati, tutti e due estratti a sorte: con una conseguenza molto grave, che i pm non saranno più valutati da un organo che comprende anche i magistrati-giudici, ma solo da un organo che comprende i pm: così si aumenterà il tasso di corporativismo senza nessun beneficio. I provvedimenti disciplinari sono poi presi dall’Alta Corte disciplinare che è un organo ulteriore, fatto da nominati e da giudici e pm estratti a sorte, le cui sentenze saranno impugnabili davanti… alla stessa Alta Corte disciplinare! Non si sa nulla di come funzionerà perché è tutta affidata alla legge di attuazione futura, ma non sembra che le garanzie di imparzialità aumentino con la riforma: salvo la garanzia di mantenimento del corporativismo.
Il sistema delle elezioni dava delle garanzie che il sistema di estrazione a sorte non può dare, perché il magistrato sarà chiamato a fare parte del Csm ma, non essendo eletto, non è scelto, non è valutato dai suoi elettori. C’è un tasso di decadimento della capacità cognitive delle persone ahimé elevato e non è detto che l’estratto a sorte sia un magistrato equilibrato, consapevole, perfettamente sano dal punto di vista mentale. Estrarre a sorte non è certo una garanzia di merito, mentre l’elezione ovviamente lo è, perché uno chiede i voti ai colleghi e il collega valuta la richiesta. Il CSM sarebbe l’unico organismo di livello costituzionale, che viene composto non con l’elezione ma con il sorteggio. Vi immaginate se i consigli comunali fossero estratti a sorte?
In conclusione: non c’è nessuna riforma della giustizia, come vedete, non si parla di nulla a proposito di come funziona la giustizia, che resta un grosso problema: processi troppo lunghi e troppo costosi sono un problema per tutti noi. Perché? Questa sarebbe una bella domanda. Ma non è una domanda che si pone la riforma costituzionale, che non dice nulla sulle riforme della giustizia. E neppure sulla separazione delle carriere, anche se ci sono delle aperture in questo senso. Viene modificato l’articolo 102 in cui si dice che la funzione giurisdizionale è esercitata dai magistrati ordinari istituiti e regolati da norme di ordinamento giuridico – e si aggiunge – le quali disciplinano altresì “le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”. Qui si dice che le leggi future dovrebbero disciplinare questa distinzione, ma non si aggiunge nulla in merito a che cosa sia la separazione. Anzi, l’articolo 104 viene modificato e dopo la riforma scriverà che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente: per cui ribadisce il principio della distinzione senza dire nulla in merito a come si organizzeranno queste due diverse mestieri, ma anzi ribadendo chiaramente l’unicità della funzione giurisdizionale.
3. La separazione delle carriere
Se entrassimo nel merito della questione della separazione delle carriere, interrogato sul punto per dire se sono favorevole alla separazione delle carriere o contrario non saprei rispondere: separazione in che senso? vorrei sapere di cosa si parla. Qual è il problema? Oggi a me pare che il problema sia un problema psicologico degli avvocati penalisti. Infatti i promotori di queste riforme sono le Camere Penali, che sono un’organizzazione sindacale minoritaria degli avvocati penalisti, i quali soffrono di un grosso problema: quando entrano in aula si trovano il giudice e, accanto, il pm che sostiene l’accusa, che escono dallo stesso bar, hanno preso insieme il caffè e poi, pacche sulle spalle, salgono per le stesse scale e vanno in aula (di solito non è così, ma questo è il racconto che ci viene propinato). E allora si sentono in posizione, come dire, discriminata. Non c’è parità di armi tra accusa e difesa. E’ una situazione psicologica e forse non solo. Io che sono cattivo di natura e malizioso per cultura direi un’altra cosa: che tendenzialmente avvertono talvolta un certo gap culturale. Perché i magistrati, vi dicevo, hanno fatto un durissimo concorso, e hanno fatto il tirocinio, sono soggetti a giudizio di idoneità. E gli avvocati? Gli avvocati fanno la pratica presso uno studio legale e poi affrontano un esame di Stato gestito dagli avvocati stessi, con la presenza di un magistrato e di un professore universitario: così si diventa avvocati e per tutto il resto della vita si può fare la professione senza avere riscontri sulla formazione, sulla produttività, sulla capacità di stare in giudizio ecc. Per cui è molto probabile – questo è la mia cattiveria che lo dice – che quando l’avvocato deve affrontare in Aula il PM si rende conto che il PM ne sa più di lui. Non sempre, è ovvio, ma il “sentimento” sindacale degli avvocati penalisti credo sia più o meno questo.
È da notare che la parità di ruoli nel nostro ordinamento non c’è, neppure dopo la riforma del processo penale ispirata da Giuliano Vassalli. È vero. Si dice che il processo penale prima era di tipo inquisitorio e oggi di tipo accusatorio, che – banalizzando – evoca il modello del processo all’americana, in cui la parità di armi è anche garantita dalla presenza di due soggetti equivalenti. Ma da noi non è così, perché il PM gestisce le indagini e poi in giudizio gestisce l’accusa.
Tutto questo è vero: però, benché nessuno lo dica mai, il procuratore della Repubblica, il PM, non sta soltanto nel giudizio penale, ma anche in quello civile. Quando ci sono cause che hanno davanti gli interessi di minori o incapaci, il PM è chiamato in giudizio perché tutela la parte più debole o l’interesse pubblico. Qualcuno se lo ricorda quando parla di separazione delle carriere? Sembra che il PM sia solo quello che sta nell’aula penale e che ha di fronte l’avvocato difensore.
Tra l’altro il PM nel nostro ordinamento ha delle funzioni delicatissime, perché quando si dice che i giudici dispongono della polizia giudiziaria si fa riferimento al PM, è il PM che dirige l’indagine, è il PM che autorizza l’ingresso nel domicilio, l’arresto e la perquisizione a casa nostra e così via. Sono tutti atti garantiti dalla dualità polizia-PM. E ciò perché il PM è un magistrato, ha quella che si chiama pomposamente la “cultura della legalità”. Dovremmo vedere qualche vecchio film giallo: per esempio di Maigret, classico esempio di un commissario di polizia incalzato dal PM a sua volta incalzato del ministro da cui il PM dipende. Se invece prendiamo il povero Montalbano, Montalbano almeno una volta al giorno se la prende col procuratore della Repubblica perché gli blocca le indagini, e lo fa perché deve garantire la legalità, non garantire l’impunità della polizia (anche se, si sa, Montalbano è molto più simpatico). Per cui la funzione del procuratore della Repubblica, del pubblico ministero, non è solo quella che si svolge in aula, ma è soprattutto quella che si svolge in tutta l’attività precedente, che è quella più incisiva sui nostri diritti. Perciò vedere un PM che sta sotto l’esecutivo e che è un super-poliziotto farebbe perdere quel tanto di garanzie che stanno nella “cultura della legalità”: che non è una parola vuota, ma risponde alla lunga formazione che ha avuto come giudice e anche alla sua funzione, che lo obbliga a portare di fronte al giudice non soltanto le prove a carico, ma anche a quelle discarico: “svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” dice il codice di procedura penale (art. 358). È un suo dovere preciso, fa parte della sua correttezza professionale. E siccome sulla attività del PM giudica il Consiglio superiore della magistratura (CSM), è evidente che la riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum è preoccupante anche per questo aspetto, per la riforma del CSM che si propone di fare.
In conclusione, siccome non condivido il disagio psicologico dell’avvocato penalista che vede il giudice e il pm scambiarsi commenti sul caffè appena preso al bar, e invece sono assai interessato alla difesa dei miei diritti, sono molto preoccupato per i progetti di riforma che comportano la perdita di alcune garanzie per i diritti di tutti noi.

