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Competitività ed economia sociale: alleati o concorrenti?

Sono trascorsi circa quattro anni dal lancio del Piano d’azione europeo per l’economia sociale e un anno dalle raccomandazioni di Mario Draghi sul futuro della competitività europea.

Tra il primo e il secondo momento, come noto, molti eventi sono accaduti, che hanno fatto compiere all’Europa una svolta profonda nei propri orientamenti strategici. Il Piano per l’economia sociale era gemmato nel seno del Next Generation EU, ovvero dalla strategia di ripresa dalla pandemia e dalla necessità di ridefinire un modello di sviluppo che tenesse insieme crescita economica e sostenibilità ambientale e sociale. Il Piano Draghi si posiziona dopo altrettanto fondamentali eventi, come gli esiti delle elezioni europee e americane del 2024 e l’inizio della guerra russo-ucraina.

Questi ultimi hanno contribuito in modo drammatico a mutare l’orientamento strategico europeo, che si è trovato schiacciato nella ridefinizione degli equilibri globali, tanto dal punto di vista geopolitico quanto di quello economico. La nuova politica protezionista degli USA a guida Trump e la difficoltà dell’industria europea a tenere il passo con la capacità competitiva ed innovativa di quella cinese, hanno costretto l’Europa in un angolo dal quale tenta, comprensibilmente, di uscire.

Da qui dunque si è aperta una nuova stagione delle politiche di sviluppo europee, ed è legittimo chiedersi se esista una qualche continuità con la fase precedente o se e cosa si perda, non solo in termini di azioni politiche, ma soprattutto rispetto alla visione dell’Unione, sia verso l’interno ovvero riguardo alle condizioni di vita della sua popolazione, sia verso l’esterno ossia nel nuovo contesto competitivo globale. L’Europa in sostanza investe ancora sui suoi valori fondanti, che nei decenni hanno anche dato vita a punte di eccellenza produttiva, oppure tenta, in gravissimo ritardo temporale e tecnologico, di rincorrere chi considera “i campioni”?

Queste domande si intrecciano l’una all’altra e ci riportano al quesito iniziale: la strategia di sviluppo basata sull’economia sociale e quella sulla competitività sono alternative, dunque concorrenti, oppure sinergiche e potenzialmente alleate?

Tratti essenziali dei due orientamenti

Per rispondere a questi interrogativi è necessario, se pur in estrema sintesi, ripercorrere i tratti essenziali dei due orientamenti. Nel caso dell’economia sociale, il focus dello sviluppo economico è spostato dalla massimizzazione del profitto al benessere delle persone, guardate più nella loro dimensione comunitaria e relazionale, che in quella individualistica, al contrasto alle disuguaglianze, alla sostenibilità ambientale e sociale, alla partecipazione democratica. La visione dell’economia sociale non è quella della decrescita felice, ma è quella della trasformazione del capitalismo contemporaneo al fine di riportare il sistema economico ad essere strumento di vita sostenibile per le persone e per l’ambiente. Ma c’è di più. Alla luce dell’attuale fase del sistema capitalistico, la posta in gioco, e dunque il ruolo dell’economia sociale, pare essere ancora più alto.

Come ha ben illustrato Nadia Urbinati in un recente articolo, le democrazie occidentali, anche quelle europee, sono in forte e preoccupante difficoltà. Se da una parte le istituzioni politiche democratiche ancora tengono, esse risultano sempre più svuotate di contenuto, e questo ha a che fare con le caratteristiche del sistema economico, come esplicita Urbinati: “per essere una forma di governo e per persistere come tale, la democrazia richiede un tessuto economico e sociale capace di rendere attuabile ciò che i suoi principi promettono: un’eguale distribuzione del potere di partecipare alle decisioni e di incidere sulle decisioni. Essere singoli elettori – una testa/un voto – è la condizione dell’eguaglianza politica, ma lo è a condizione che i cittadini non restino isolati, che facciano sentire le loro richieste e che esercitino il loro potere.”

L’economia sociale, avendo come protagoniste organizzazioni nate dalle persone per le persone, costruite su governance democratiche, con l’obiettivo politico di contrastare le disuguaglianze e l’emarginazione sociale, contribuiscono a redistribuire potere economico e decisionale, rivitalizzando le democrazie.

Per quanto riguarda la strategia della competitività, il focus sta nel titolo e l’elaborazione della linea politica parte dalla premessa che, pur avendo le basi per essere un’economia altamente competitiva, l’UE registra una crescita ridotta a causa del rallentamento della produttività. Secondo il Rapporto Draghi la via (stretta) per la conservazione del modello socio-economico europeo è quella di aumentare la produttività nonché rafforzare la sicurezza, come prerequisito per la crescita. Da qui si identificano tre aree principali di intervento: l’innovazione, attraverso l’investimento nelle nuove tecnologie, in primis l’intelligenza artificiale, la decarbonizzazione e l’economia circolare, e la capacità industriale nella difesa.

Strategie alternative o sinergiche

A un anno di distanza, il Rapporto Draghi non è rimasto sulla carta, ma ha alimentato in misura significativa la ridefinizione delle politiche europee. Le aree prioritarie della Commissione sono state sinora quella dell’innovazione (tra altri interventi, 200 miliardi di euro in intelligenza artificiale), la difesa (150 miliardi di euro nel programma Safe), la decarbonizzazione (tra gli altri interventi, 100 miliardi di euro nell’iniziativa Clean Industrial Deal).

Non entriamo qui nel merito della valutazione del Piano Draghi, ma ci limitiamo a rispondere al quesito iniziale: le due strategie sono alternative o potenzialmente sinergiche?

Se le si guarda da un profilo più politico e meno economico, esse sono prevalentemente alternative, e dunque in concorrenza sul fronte della distribuzione delle risorse dedicate, soprattutto rispetto alla visione che si ha dell’Europa e del suo futuro. L’analisi condotta dal Forum Disuguaglianze e Diversità, che ha valutato il Piano Draghi a partire dai valori fondativi dell’Unione come il “rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza …” – e dai suoi obiettivi – “promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli” (come da Trattato ex artt. 2 e 3), offre diversi elementi a sostegno di questa posizione, giungendo alla conclusione che il Piano “prende a modello gli USA come standard ricorrente di riferimento, senza coglierne debolezze, instabilità economica e recenti evoluzioni”, trascurando le specificità e i punti di forza dell’Europa.

Sotto il profilo più strettamente dello sviluppo economico, con qualche aggiustamento, le due strategie, una che accelera sulla competitività e una sull’inclusione e la sostenibilità, avrebbero le caratteristiche per essere, in realtà, profondamente sinergiche. Le politiche del Piano per l’economia sociale del 2021 avevano esattamente questo impianto: non si sostituivano agli altri pilastri industriali, ma li affiancavano, nella consapevolezza che gli agenti dell’economia sociale, per conformazione e per il tipo stesso di economie che alimentano, integrano e contaminano il sistema, contribuendo così sia a preservare il modello europeo sia a rafforzarne la capacità competitiva nel suo complesso. 

La necessità della compresenza di questi ambiti li vediamo chiaramente nella fase che attualmente attraversano i territori europei, a partire peraltro da quelli ad alto dinamismo. È proprio in questi ultimi che emergono più chiaramente le contraddizioni di una traiettoria di sviluppo eccessivamente sbilanciata sugli obiettivi della crescita, a sfavore di quelli della redistribuzione ed inclusione, che non si ripercuotono solo sul grado di disuguaglianza, inclusione sociale e relativa vitalità delle democrazie ma, paradossalmente, anche su quello di competitività, alimentando un circuito vizioso che pare sfuggire del tutto all’attuale guida politica europea.

Esemplificativa da questo punto di vista è la crisi abitativa che i diversi territori del continente stanno attraversano. La mancanza di abitazioni a prezzi accessibili è arrivata a minare la capacità attrattiva di intere regioni o città. Senza forza lavoro giovane, che già inizia a scarseggiare a causa dell’invecchiamento della popolazione, il sistema produttivo è a rischio. Dunque un problema che nasce economico, causato dai movimenti speculativi sulla casa, che diventa sociale, per tornare a riverberarsi sulla dinamica economica.

Di fatto è la separatezza tra le finalità dell’economia e la società, che si era sanata con la strategia dell’economia sociale, che torna prepotentemente con il Piano Draghi.

Da questo punto di vista dunque è la stessa Commissione Ursula 2 a scegliere la direzione come se le due strade fossero alternative, puntando tutto sull’innovazione e la produttività industriale, trascurando i potenziali elementi sinergici e indebolendo volutamente la politica dell’economia sociale ritenuta disallineata rispetto ai nuovi obiettivi. Il vulnus di questo orientamento, tralasciando la valutazione politica, è il non considerare che la competitività del modello europeo è alimentata proprio dall’equilibrio tra crescita ed inclusione e, laddove questo venisse ulteriormente compromesso, è destinato a minare dalle fondamenta la stessa strategia di competitività su ora cui tanto si sta investendo.

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