Per secoli, l’Artico è rimasto ai margini dell’immaginario umano, avvolto in un silenzio glaciale che ne sanciva la distanza, l’ostilità e l’impenetrabilità. Mentre le arterie dell’industria e del capitalismo si espandevano in ogni angolo del globo, accelerando la corsa della modernità, questa regione appariva come un altrove assoluto: fuori dalla storia, oltre la politica. Un’eccezione geoculturale, come l’Antartide, che rappresenta ancora oggi un unicum: lì un tacito patto internazionale congela le pretese sovrane, quasi a ribadire la sacralità di quella distanza.
Oggi quel gelo eterno comincia a cedere. Le condizioni climatiche che per secoli hanno protetto lo spazio polare dalla brama dello sfruttamento antgropico si stanno dissolvendo, accompagnando la transizione della regione verso il pieno ingresso nell’Antropocene, un’epoca in cui la forza trasformativa dell’Homo sapiens imprime i suoi segni sull’atmosfera, sulla criosfera e sulla biosfera, modificando equilibri millenari.
Tra il 1971 e il 2017, la temperatura media superficiale dell’Artico è aumentata di circa 2,7°C, con punte ancor più accentuate nei mesi invernali. Questo riscaldamento procede a una velocità circa 2,4 volte superiore alla media dell’emisfero settentrionale, un fenomeno noto come amplificazione artica (IPCC, 2021).
A rendere il processo di fusione artica particolarmente destabilizzante è la dinamica dei feedback loop, o cicli di retroazione, che si autoalimentano e amplificano il cambiamento climatico in atto. Tra questi, l’effetto albedo si configura come uno dei meccanismi più cruciali e immediati: la capacità di superfici chiare, come la banchisa o la neve, di riflettere fino al 95% della radiazione solare verso lo spazio, contribuendo a mantenere un fragile equilibrio termico. Ma quando i ghiacci si riducono, lasciando emergere l’oceano scuro, questa superficie assorbe circa il 90% dell’energia solare, immagazzinando calore e riscaldando ulteriormente l’acqua circostante. È un circolo vizioso che agisce come un pendolo fuori asse, spostando l’Artico verso nuove condizioni climatiche mai sperimentate in epoca storica (Perovich et al., 2017; Notz & Stroeve, 2016).
Nel pieno inverno, la banchisa copre circa 15,5 milioni di km², ma d’estate quasi la metà scompare. Se queste tendenze dovessero intensificarsi, come indicano i modelli più aggiornati, gli impatti sarebbero epocali: cambiamenti nelle correnti oceaniche, acidificazione delle acque, e un collasso potenziale della biodiversità artica (IPCC, 2021). Inoltre, la perdita della calotta glaciale della Groenlandia, che copre l’80% dell’isola e può innalzare il livello degli oceani di oltre 10 cm entro il 2100, rappresenta uno dei tipping points climatici più preoccupanti (Shepherd et al., 2020; Slater et al., 2021).
Ma ciò che fonde il ghiaccio, svela anche nuove dinamiche di potere. L’Artico si erge così a benchmark strategico, uno specchio lucido in cui si riflettono gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico, quegli strategic spillovers che gli analisti americani osservano con crescente attenzione.
Le conseguenze si dispiegano su molteplici piani profondamente intrecciati tra loro: la crescente disponibilità di risorse minerarie e energetiche, la moltiplicazione delle attività industriali e marittime lungo rotte un tempo impraticabili, e la complessa ridefinizione degli equilibri geopolitici, dove il fragile ghiaccio diventa terreno di confronto e alleanze, di tensioni e cooperazioni.
La fusione artica, dunque, non costituisce soltanto una questione regionale, ma si configura come un indicatore sensibile e un acceleratore di trasformazioni che attraversano l’intero sistema Terra. In questa prospettiva, l’Artico si presenta come il vero ground zero del cambiamento climatico globale: un laboratorio fragile ma strategico, interconnesso con ogni altro angolo del pianeta, dove ogni mutamento locale genera onde d’urto che si propagano ben oltre il Circolo Polare. I suoi ghiacci, che per millenni hanno custodito risorse, culture e memorie, stanno fondendo a un ritmo senza precedenti, aprendo scenari ambivalenti: da un lato nuove opportunità di sviluppo e accesso alle risorse, dall’altro minacce ambientali e tensioni geopolitiche capaci di ridefinire equilibri globali e compromettere la sicurezza planetaria.
La corsa all’Artico: tra giacimenti svelati e vie marine in trasformazione
Nel cuore dell’estremo Nord, dove per secoli il gelo ha custodito silenziosamente territori remoti e inaccessibili, la crisi climatica globale sta imprimendo una trasformazione di portata epocale. Il rapido riscaldamento atmosferico sta accelerando la fusione della calotta artica, alterando in modo profondo e irreversibile non solo l’equilibrio fisico della regione, ma anche le sue dinamiche ecopolitiche (Serreze & Barry, 2011; IPCC, 2021).
Secondo le stime più accreditate, già dal 2020 si è iniziato a registrare un’estensione crescente dei periodi cosiddetti ice-free, ovvero privi di una significativa copertura glaciale, destinati ad aumentare sensibilmente nei prossimi decenni. Entro la metà del secolo, scenari climatici oggi considerati plausibili prevedono estati artiche completamente prive di ghiaccio marino (Stroeve et al., 2007; Notz & Stroeve, 2016). Questo cambiamento, ben più di un semplice campanello d’allarme ambientale, apre a nuove prospettive di sfruttamento economico e a una profonda ristrutturazione degli equilibri geopolitici nella regione.
Nel sottosuolo artico, liberato progressivamente dai ghiacci, si cela un patrimonio di risorse dal valore strategico incalcolabile. Secondo il celebre rapporto del 2008 dell’US Geological Survey (USGS, 2008), l’Artico potrebbe custodire un immenso patrimonio energetico: fino a 90 miliardi di barili di petrolio, 1.700 trilioni di piedi cubici di gas naturale e 44 miliardi di barili di gas condensato. Una quota significativa di queste risorse, circa il 30% del petrolio e il 66% del gas stimati, si troverebbe entro la Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Russia, che già oggi dispone di infrastrutture avanzate e tecnologie sofisticate per lo sfruttamento offshore (Jakobsson et al., 2012; Gautier et al., 2016).
Il disgelo artico, oltre a liberare combustibili fossili, rivela anche ricchezze minerarie strategiche come terre rare, rame, litio e zinco, risorse cruciali per la transizione energetica e la competizione tecnologica globale (Humphries et al., 2020; Nield & Henley, 2021). Tuttavia, la crescente instabilità del permafrost minaccia la tenuta delle infrastrutture esistenti, altera la composizione chimica dei giacimenti e introduce ulteriori fattori di rischio economico ed ecologico (Schuur et al., 2015). Queste criticità sollevano interrogativi profondi sulla sostenibilità a lungo termine delle attività estrattive nell’Artico e sulla possibilità di conciliare sviluppo economico e tutela di un ecosistema tra i più fragili e vulnerabili del pianeta (AMAP, 2021).
Oltre alle sue risorse minerarie ed energetiche, l’Artico custodisce un fragile ma straordinario ecosistema marino, caratterizzato da riserve ittiche di elevato valore biologico ed economico. Le sue acque fredde, profonde e ricche di nutrienti ospitano popolazioni di specie emblematiche come il merluzzo artico (Gadus morhua), il salmone, il pesce spada, nonché numerosi crostacei e molluschi. Questi organismi costituiscono non solo la base di complesse reti trofiche, ma anche una risorsa vitale per le economie locali e per le comunità indigene che da secoli vivono in simbiosi con l’ambiente marino (Christiansen et al., 2014). Secondo le stime più accreditate, l’Artico rappresenta circa il 10% delle risorse ittiche mondiali, con un valore economico che supera i 3,5 miliardi di dollari annui (Wassmann et al., 2015; FAO, 2020). Il cambiamento climatico impone nuovi vincoli ma apre anche inattese opportunità nel delicato equilibrio degli habitat artici. Il progressivo riscaldamento e la riduzione della copertura glaciale modificano radicalmente la distribuzione delle specie marine, favorendo alcune popolazioni adattabili, come alcune varietà di pesci pelagici e specie temperate in espansione verso nord, ma minacciando quelle specializzate, endemiche e legate agli ecosistemi ghiacciati, che rischiano di scomparire o ridursi drasticamente (Post et al., 2013; Kortsch et al., 2015). Questi cambiamenti riverberano lungo la complessa rete trofica artica, alterando equilibri secolari e i cicli biologici di predazione e nutrizione, con conseguenze potenzialmente distruttive per l’intero sistema ecologico e per le comunità umane. Al contempo, la modifica degli habitat offre possibilità di sfruttamento di nuove specie e rotte di pesca, richiedendo però un ripensamento urgente e condiviso delle strategie di gestione, per evitare sovrasfruttamento e garantire la resilienza dell’ecosistema (Arctic Council, 2017; Wassmann et al., 2015).
Le promesse dello spazio polare non si esauriscono nelle sue profondità marine e geologiche. La progressiva fusione della calotta glaciale non solo dischiude rotte un tempo perennemente sommerse, ma amplia significativamente l’intervallo temporale di navigabilità, trasformando l’Artico da territorio remoto e inospitale a snodo strategico per le rotte marittime del XXI secolo, destinate a ridisegnare le mappe del commercio globale. Con l’estensione sia spaziale sia stagionale della navigabilità, questa regione sta rapidamente passando da periferia silenziosa a crocevia emergente, con implicazioni geopolitiche e geo-economiche di portata globale. L’apertura di queste nuove rotte consente di ridurre sensibilmente i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa rispetto ai tradizionali canali di Suez o Panama. Questo mutamento, tuttavia, non implica solo vantaggi in termini di efficienza logistica. Si traduce anche in un aumento proporzionale delle entrate per i Paesi rivieraschi, derivanti sia dai diritti di passaggio, spesso elevati e regolamentati da normative nazionali, sia dallo sviluppo di infrastrutture portuali, logistiche e militari necessarie per sostenere l’incremento del traffico mercantile (Brigham, 2017).
Questi corridoi emergenti che hanno suscitato crescente attenzione a livello internazionale, soprattutto da parte di potenze come Russia e Cina, rappresentano un intreccio dinamico di opportunità economiche e rischi sistemici, sollevando interrogativi cruciali in termini di governance, sicurezza ambientale e competizione strategica. Proprio per questo, le rotte artiche richiedono un’analisi rigorosa e multilivello, capace di cogliere le potenziali implicazioni sull’ordine marittimo globale nel prossimo futuro.
Le principali direttrici navigabili nell’Artico si articolano in tre rotte fondamentali: la Northern Sea Route (NSR), che segue la costa russa collegando l’Oceano Pacifico con l’Atlantico settentrionale; il Passaggio a Nord-Ovest (NWP), che attraversa l’arcipelago canadese; e la Rotta Transpolare (TPR), che taglia la calotta glaciale artica passando in prossimità del Polo Nord geografico (Melia et al., 2017; Smith & Stephenson, 2013).
Attualmente, la NSR è la più sfruttata, favorita da condizioni di navigabilità relativamente più stabili e da significativi investimenti infrastrutturali da parte della Russia e della Cina. La NWP e la TPR presentano, invece, maggiori complessità. La NWP offre un risparmio stimato di circa 4.000 chilometri rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Panama (Lasserre, 2015). Tuttavia, questa via è percorribile circa quatto mesi all’anno, richiede l’assistenza rompighiaccio, ed è limitata da rischi quali la presenza di ghiacci mobili e la carenza di infrastrutture di soccorso adeguate (Brigham, 2017). La TPR, pur rappresentando la rotta più breve e sviluppandosi prevalentemente in acque internazionali, è ancora scarsamente accessibile e poco monitorata, con previsioni di apertura incerte nel medio-lungo termine. Studi recenti indicano però che entro il 2050 la TPR potrebbe diventare la via di navigazione predominante, con un incremento della finestra di transito stimato del 56% rispetto a inizio secolo, riducendo i tempi di transito tra Asia ed Europa di circa cinque giorni rispetto alla NSR (Ng et al., 2017; Zhang et al., 2019). Inoltre, la maggiore profondità dei fondali lungo la TPR consentirebbe il passaggio di grandi navi Post-Panamax, non accessibili invece lungo la NSR, attualmente limitata a navi di dimensioni medie e piccole (Bennett et al., 2020). La NSR riveste un ruolo centrale nelle strategie geopolitiche di Russia e Cina, che hanno investito ingenti risorse in infrastrutture portuali lungo la costa siberiana per sostenere l’export di idrocarburi e la costruzione di una catena logistica artica integrata (Cao et al., 2022). Attualmente impiegata principalmente per il trasporto di risorse energetiche, la rotta ha un potenziale ambizioso come corridoio transoceanico per container tra Cina ed Europa. Il risparmio sui tempi di navigazione è considerevole, stimato in circa quindici giorni tra Yokohama e Rotterdam e sette giorni tra Shanghai e Rotterdam, rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez (Gunnarson & Moe, 2021). Inoltre, la riduzione delle distanze offre un’alternativa strategica alle rotte meridionali, frequentemente esposte a rischi di pirateria, come lo Stretto di Malacca e i passaggi mediorientali. Nonostante questi vantaggi, la NSR presenta vincoli strutturali e concettuali significativi. Il tratto marittimo siberiano è caratterizzato dall’assenza di un retroterra economico robusto, necessario per sostenere porti intermedi e sviluppare un sistema di traffico efficiente secondo il modello hub-and-spoke tipico delle rotte mercantili globali (Vallega, 2010). La carenza di infrastrutture portuali e di mercati regionali lungo la NSR limita la profittabilità per gli operatori di shipping, rendendo l’alternativa artica meno competitiva rispetto a rotte consolidate che collegano diversi poli economici intermedi (Brigham, 2017). A ciò si aggiungono l complessità geopolitiche legate a tensioni regionali e controlli rigorosi da parte di Mosca, che introducono ulteriori incertezze nell’utilizzo commerciale stabile della rotta (Jakobsson et al., 2012).
In questo scenario, la narrazione di un Artico come “medioceano” alternativo, capace di trasformare radicalmente le dinamiche del commercio globale, appare ancora in gran parte legata a strategie di potenza più che a concrete condizioni economico-logistiche. Più realisticamente, l’Artico continuerà a giocare un ruolo sempre più rilevante nel trasporto regionale di idrocarburi, consolidando la posizione di Russia e Cina come attori chiave nel controllo di queste nuove vie d’acqua (Cao et al., 2022).
Il ghiaccio che fonde, dunque, rappresenta più di un semplice segnale ambientale: è la soglia che apre una nuova era per le rotte marittime, trasformando distanze, economie e geografie del nostro pianeta. La vera sfida futura sarà bilanciare l’espansione commerciale con le criticità ambientali, infrastrutturali e geopolitiche, affinché il melting dell’Artico non si traduca esclusivamente in un nuovo terreno di tensioni e competizioni, ma si configuri come un’opportunità sostenibile e condivisa per il commercio internazionale.
Geopolitica in fusione: strategie, contese e il delicato equilibrio della sovranità artica
In questo quadro complesso, le rivendicazioni territoriali si intrecciano in un fitto mosaico di contestazioni e alleanze che si confrontano con le norme del diritto internazionale. Il quadro giuridico di riferimento è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), che definisce criteri precisi per l’attribuzione delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) fino a 200 miglia nautiche dalla costa e consente agli Stati costieri di estendere tali diritti sulla piattaforma continentale, qualora dimostrino la continuità naturale del fondale (United Nations, 1982). Tuttavia, in aree dove le distanze tra le coste sono ridotte, come nel Mare di Beaufort tra Canada e Stati Uniti, o nella regione attorno al Polo Nord, contesa da Russia, Danimarca (via Groenlandia) e Canada, la sovrapposizione delle ZEE genera tensioni rilevanti. Il diritto internazionale affida spesso alla diplomazia il compito di negoziare soluzioni condivise; in alternativa, si ricorre ai meccanismi di arbitrato della Commissione sui Limiti della Piattaforma Continentale (CLCS) che valuta le prove scientifiche presentate dagli Stati interessati (Jakobson & Peng, 2012).
Ma non sempre il confronto pacifico prevale. La politica del fatto compiuto riaffiora in alcune azioni emblematiche: basti pensare alla bandiera russa piantata sul fondo marino del Polo Nord nel 2007 durante la missione Arktika, un gesto dal forte valore simbolico e geopolitico (Staalesen, 2015). Analogamente, la crescente presenza militare nel Mare di Barents e nello Stretto di Bering evidenzia un ritorno alla logica della proiezione di forza, richiamando in chiave climatica i fantasmi della Guerra Fredda (Huebert, 2011).
Se da un lato UNCLOS definisce limiti chiari alla sovranità marittima, dall’altro sancisce che le aree al di fuori delle giurisdizioni nazionali, in particolare le acque e i fondali internazionali, devono essere considerate patrimonio comune dell’umanità, come confermato anche dall’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA). Questo principio stabilisce che le risorse del profondo, noduli polimetallici, solfuri idrotermali, croste ferromanganesifere, non possono essere monopolizzate da singole potenze, ma devono essere gestite secondo criteri di equità e sostenibilità (Le Meur et al., 2023). E qui si concentra il nodo cruciale della geopolitica artica: la continua oscillazione tra sovranità esclusiva e gestione condivisa. Mentre gli Stati costieri rivendicano l’espansione delle proprie ZEE, attori globali come la Cina e l’Unione Europea, spingono per mantenere l’Artico aperto a una cooperazione multilaterale, difendendo il principio della libertà di navigazione e l’accesso equo e condiviso alle risorse (Lajeunesse, 2016; Zhang, 2019).
La “corsa all’Artico” si configura, così, come una partita silenziosa ma implacabile, una geografia di ambizioni in collisione dove l’eterno bianco del ghiaccio si tinge di contese territoriali, espansioni giuridiche e posture militari. Russia, Norvegia, Canada, Danimarca e Stati Uniti, i cinque Stati rivieraschi artici, non si limitano a tracciare confini sul ghiaccio, ma scolpiscono visioni divergenti sul futuro della regione: un confronto tra diritto e potere, tra cooperazione e deterrenza.
Il Canada, custode di un vasto territorio boreale e convinto assertore della sovranità artica, ha presentato all’ONU una richiesta di estensione della propria piattaforma continentale che copre oltre 1,2 milioni di km², sostenendo che la dorsale Lomonosov sia una naturale prosecuzione del continente nordamericano (Government of Canada, 2019). Questa rivendicazione implica un’estensione dei diritti sovrani fino al Polo Nord, intrecciandosi inevitabilmente con le pretese russe e danesi. Nel Mare di Beaufort, ricco di risorse petrolifere e gasifere, la disputa con gli Stati Uniti riguarda principalmente la metodologia di delimitazione: Ottawa propone una linea parallela alla costa, mentre Washington preferisce una linea equidistante (Byers, 2009). Un altro punto di tensione simbolica è rappresentato dalla piccola isola di Hans, nel canale Kennedy tra Canada e Groenlandia. Questo isolotto roccioso e disabitato, in un contesto di crescente militarizzazione e mutamenti climatici, assume un valore strategico sempre più rilevante. Dopo decenni di dispute silenziose, nel 2022 i due Paesi hanno raggiunto un accordo pacifico sulla sovranità condivisa, un raro esempio di diplomazia artica efficace (CIRCOM, 2022). Ma è soprattutto sul Passaggio a Nord-Ovest, oggi più accessibile grazie alla fusione del ghiaccio estivo, che si concentrano le frizioni più profonde: per il Canada, queste acque sono interne e soggette a controllo esclusivo, mentre per la maggior parte della comunità internazionale si tratta di stretti internazionali da percorrere liberamente (Lajeunesse, 2016). Per rafforzare la propria presenza, Ottawa ha potenziato la Joint Task Force North, schierando circa 5.000 uomini, inclusi leggendari Canadian Rangers, operativi nelle zone più remote del Nord, supportati da rompighiaccio, basi avanzate e pattugliamenti regolari.
La Russia si presenta come il gigante polare per eccellenza, con la più lunga linea costiera artica al mondo, estesa per circa 24.000 km, e un’economia fortemente legata alle risorse artiche, da cui proviene circa il 20% del PIL nazionale, principalmente grazie alle attività estrattive di gas, petrolio, nickel e terre rare (Dodds et al., 2020). Dopo la ratifica dell’UNCLOS nel 1997, Mosca ha lanciato una vasta campagna scientifica e diplomatica per rivendicare un’estensione della propria piattaforma continentale che includa le dorsali Lomonosov e Mendeleev, puntando a conquistare circa 1.200.000 km² di fondali artici. Nel marzo 2023, la CLCS ha riconosciuto in parte queste rivendicazioni, confermando la continuità geologica con la massa eurasiatica (CLCS, 2023). Sul fronte militare, la Russia ha costruito un’articolata e robusta architettura difensiva nell’Artico. La creazione, nel 2014, del Comando Strategico Interforze per l’Artico ha consolidato una dottrina che fonde sicurezza energetica e deterrenza militare. Diverse basi sovietiche dismesse, come Nagurskoye e Franz Josef Land, sono state riattivate; rompighiaccio a propulsione nucleare pattugliano regolarmente la Rotta del Mare del Nord, mentre oltre 10.000 soldati sono impegnati in unità specializzate nella difesa artica (Wezeman et al., 2022). L’episodio simbolico del 2007, quando la bandiera russa fu piantata a 4.300 metri di profondità sul fondale del Polo Nord, ha rappresentato una dichiarazione di potere territoriale oltre i limiti del diritto internazionale.
La Danimarca, tramite la Groenlandia e le Isole Fær Øer, ha avanzato una delle richieste più ampie di estensione della piattaforma continentale artica, per circa 895.000 km², basandosi anch’essa sulla dorsale Lomonosov. Questa rivendicazione si sovrappone parzialmente a quelle di Canada e Russia, rendendo inevitabile un arbitrato geopolitico e scientifico che la CLCS dovrà affrontare nei prossimi anni (Rahbek-Clemmensen, 2017). Nonostante la Groenlandia stia progressivamente acquisendo maggiore autonomia amministrativa da Copenaghen, la politica artica rimane prevalentemente sotto il controllo danese, sebbene con un coinvolgimento sempre più intenso delle comunità inuit.
Ed è proprio la Groenlandia a tornare al centro dell’attenzione globale, divenendo un baricentro simbolico e strategico di un nuovo equilibrio mondiale. Nel marzo 2025, il presidente Donald Trump ha rilancito la sua pretesa sull’isola, definendola «essenziale per la sicurezza globale» e «un atto necessario per la pace mondiale» (Politico, 2025). A fine maggio, il Pentagono ha ufficialmente inserito la Groenlandia sotto la giurisdizione del Comando Nord (NorthCom), rafforzando la sua integrazione strategica con il territorio continentale USA. La comunità groenlandese ha reagito con fermezza: proteste pacifiche a Washington, in occasione della Festa nazionale, hanno rilanciato lo slogan “Greenland is not for sale”, mentre il premier Múte B. Egede ha dichiarato: «Non siamo in vendita, non lo siamo mai stati» (The Times, 2025). Il Parlamento groenlandese ha condannato all’unanimità le dichiarazioni di Trump, mentre la Danimarca ha risposto con un investimento straordinario di oltre 14 miliardi di corone danesi per potenziare la sorveglianza aerea, marittima e satellitare dell’isola (CNN, 2025).
La Norvegia, da parte sua, ha avanzato pretese su aree non contese e, nel 2010, ha risolto pacificamente una storica disputa con la Russia nel Mare di Barents, confermando una tradizione diplomatica più distesa (Pedersen, 2020). Tuttavia, Oslo partecipa attivamente alla cooperazione militare artica all’interno della NATO, contribuendo alla sicurezza della regione attraverso basi militari moderne, con particolare attenzione al Finnmark e all’arcipelago delle Svalbard, dove si svolgono esercitazioni congiunte e operazioni di sorveglianza. Pur rispettando il Trattato delle Svalbard del 1920, che limita la militarizzazione dell’arcipelago, Oslo mantiene una presenza strategica finalizzata a monitorare e controllare le attività nella zona.
In questo contesto, il Consiglio Artico, istituito nel 1996 come forum intergovernativo dedicato alla cooperazione ambientale e la tutela delle popolazioni autoctone, si è progressivamente trasformato in un’arena diplomatica multilivello, pur rimanendo privo di poteri vincolanti. Dal 2022, con l’esclusione della Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina, il forum ha subito una sospensione funzionale, mettendo in luce i limiti della cooperazione internazionale in tempi di crisi (Arctic Council, 2022). Fondamentale resta il ruolo delle organizzazioni indigene, che, pur non essendo membri ufficiali, partecipano come “Partecipanti permanenti” con diritto di consultazione nelle decisioni. Queste comunità rappresentano oltre 500.000 persone e custodiscono una saggezza millenaria, sia ecologica che culturale, spesso trascurata nei processi decisionali. Il loro impegno sottolinea come la sovranità sull’Artico non riguardi soltanto i confini, ma anche la giustizia climatica, la memoria storica e il diritto a vivere in armonia con la terra.
Sulla soglia dell’Artico: l’Asia e la rotta bianca del XXI secolo
Tra i protagonisti di questa transizione glaciale si staglia l’Asia, un continente che, pur geograficamente estraneo al Circolo Polare Artico, emerge come attore centrale nella narrazione politica, economica e ambientale della regione.
La presenza asiatica nell’Artico non si fonda sulla prossimità geografica né su rivendicazioni territoriali, ma su una proiezione sistemica: non fisica, ma funzionale, realizzandosi attraverso infrastrutture, investimenti, ricerca scientifica, e diplomazia. Le potenze asiatiche non reclamano terre né innalzano bandiere, ma chiedono partecipazione e accesso, in una logica di interdipendenza che supera le mappe tradizionali.
Questa proiezione si articola lungo tre direttrici convergenti: la ricerca scientifica come strumento di legittimazione; l’interesse commerciale e infrastrutturale come motore strategico; la cooperazione diplomatica come linguaggio di accesso e di influenza. Dietro queste traiettorie si muovono attori diversi, ciascuno con una postura distinta, ma accomunati dalla consapevolezza che l’Artico non è più un’eccezione, ma una nuova normalità in formazione.
Per Pechino, l’Artico non è più di un’opportunità: è una necessità strategica. La Polar Silk Road, diramazione settentrionale della più ampia Belt and Road Initiative, incarna la volontà cinese di riconfigurare gli spazi globali secondo le proprie direttrici di sviluppo, fondendo visione storica, ambizione marittima e pragmatismo commerciale. Nel 2018, il governo cinese ha adottato il Libro Bianco sull’Artico, documento programmatico che, pur senza definirsi strategia, traccia con chiarezza le priorità della presenza cinese nella regione: accesso alle risorse, partecipazione alla governance internazionale, sviluppo scientifico e costruzione di infrastrutture logistiche lungo la Rotta del Mare del Nord. Pechino si autodefinisce near-Arctic State, una formula diplomatica che racchiude tanto l’ambizione quanto la consapevolezza di non poter rivendicare una legittimità geografica in senso stretto. Tuttavia, attraverso la scienza e la cooperazione bilaterale, la Cina tesse una rete che include stazioni di ricerca in Islanda, investimenti minerari in Groenlandia e joint venture energetiche nel Mar di Barents, elementi di una strategia a lungo termine che agisce con pazienza e profondità, tipica della geopolitica polare. La presenza cinese nell’Artico ha una duplice valenza: economica, per garantire rotte più brevi e meno vulnerabili rispetto a quelle convenzionali, e politica, per rafforzare il proprio status di potenza globale multilivello.
Diversamente dal pragmatismo cinese, Giappone e Corea del Sud adottano un approccio più sottile, quasi “poligrafo” di cooperazione.
Il Giappone, fedele a una tradizione diplomatica improntata all’equilibrio e alla mediazione, ha adottato nel 2015 la propria “Arctic Policy” che considera l’Artico non come arena di competizione, ma come laboratorio di cooperazione scientifica e ambientale. Tokyo punta a rafforzare la governance multilaterale, a prevenire la militarizzazione delle rotte e a promuovere uno sfruttamento sostenibile delle risorse. Eppure, dietro la tela di parole pacate, si cela una precisa volontà energetica: il Giappone guarda al GNL artico come risorsa chiave per diversificare il proprio fabbisogno e garantire sicurezza energetica nel lungo periodo. La Rotta del Mare del Nord diventa così una scorciatoia preziosa per raggiungere i terminali del gas in Europa settentrionale, riducendo tempi, costi e rischi.
La Corea del Sud, dal canto suo, inserisce l’Artico nella più ampia Eurasia Initiative, progetto volto a collegare Seul all’Europa attraverso corridoi infrastrutturali, energetici e logistici. Nel suo Arctic Policy Master Plan, il Paese si propone come partner tecnico e scientifico affidabile, forte di una cantieristica navale all’avanguardia, rappresentata dal colosso Daewoo, già impegnato nella costruzione di rompighiaccio per uso commerciale. Nel disegno coreano, la Rotta del Mare del Nord non è solo un corridoio per il commercio, ma un asse simbolico: un nuovo ponte tra Asia ed Europa, in grado di moltiplicare le interazioni economiche, culturali e tecnologiche.
All’estremo meridione del continente asiatico, due attori si muovono con motivazioni molto diverse.
L’India, pur distante, ha riscoperto il suo interesse per il Polo Nord a partire dal 2013, anno del suo ingresso nel Consiglio Artico. In linea con la propria vocazione scientifica e con la crescente esigenza di approvvigionamenti energetici, Nuova Delhi ha investito milioni nella ricerca polare e rafforzato i legami con Mosca per l’esplorazione di idrocarburi. Per l’India, l’Artico è una regione di opportunità per accedere a risorse preziose, sperimentare soluzioni climatiche e consolidare il proprio ruolo di grande potenza emergente.
Singapore, al contrario, osserva l’Artico con la preoccupazione tipica di chi vede minacciata la propria centralità marittima. La città-Stato, crocevia dei traffici tra Oceano Indiano e Pacifico, teme che la progressiva apertura della Rotta polare possa ridurre la sua rilevanza come snodo globale. Il suo approccio è quindi prudente, analitico e attento: Singapore studia, monitora e partecipa per comprendere e forse influenzare gli impatti strutturali della nuova geografia commerciale globale
In questo silenzioso ma febbrile avvicinamento all’estremo Nord, le potenze asiatiche non reclamano territori, ma futuro: ciò che si gioca nell’Artico non è solo l’accesso a nuove rotte o risorse, ma la possibilità di riscrivere i legami tra geografia, potere e conoscenza.
Italia nell’Artico: una presenza strategica tra soft power, industria e rotte future
L’Italia, pur non essendo una nazione artica in senso geografico, ha saputo costruire nel tempo una presenza coerente, sobria e strategica nella regione del Grande Nord, ottenendo lo status di membro osservatore permanente presso il Consiglio Artico. Tale riconoscimento deriva da una strategia basata su valori condivisi e competenze tecniche consolidate, che pongono il Paese un interlocutore affidabile e multilivello.
Le fondamenta di questa presenza si articolano su due direttrici principali. La prima è storico-scientifica e affonda le radici nelle imprese pionieristiche del Duca degli Abruzzi, Umberto Nobile e Silvio Zavatti che portarono il Tricolore ai confini del ghiaccio artico (MAECI, 2015). Oggi questa eredità vive nelle attività del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che coordina la base artica “Dirigibile Italia” e la torre Amundsen-Nobile, avamposti climatici di rilievo internazionale (CNR, 2023). La seconda direttrice è geopolitica ed economica: l’Italia vede nell’Artico un crocevia strategico dove si decidono questioni cruciali per la sicurezza energetica, le rotte commerciali e gli equilibri diplomatici futuri (Tamnes & Offerdal, 2014). La prima Strategia Nazionale per l’Artico del 2015, pur non aggiornata formalmente, guida ancora l’azione italiana secondo tre principi chiave: rispetto del diritto internazionale (in particolare UNCLOS), promozione della cooperazione scientifica e ambientale, e sviluppo sostenibile delle risorse naturali (MAECI, 2015), evitando estremismi tra globalizzazione totale e chiusura nazionalista. L’Italia punta al dialogo multilaterale, ad alleanze bilaterali strategiche (con Norvegia, Canada, Danimarca) e a una narrazione coerente con la transizione ecologica (Keil & Knecht, 2017). Il fulcro dell’impegno resta la scienza: i dati climatici, le ricerche sul permafrost, le misurazioni atmosferiche e oceaniche raccolti dal CNR costituiscono un potente strumento di soft power, con un ruolo crescente nei programmi europei e nelle reti internazionali di monitoraggio climatico (Chater, 2023; CNR, 2023).
Sul fronte economico, l’industria italiana, soprattutto attraverso ENI, presidia la regione: il giacimento Goliat nel Mare di Barents, operativo dal 2016, è la prima infrastruttura petrolifera nell’area artica norvegese e rappresenta una sfida tecnica, ambientale e relazionale (ENI, 2023). Nonostante una produzione iniziale al di sotto delle attese, Goliat simboleggia il concetto di “Artico gestibile”, che coniuga efficienza ingegneristica, responsabilità sociale e sostenibilità ambientale (ISPI, 2022). ENI sta, inoltre, integrando attività di decarbonizzazione, come CCS, idrogeno verde e energie rinnovabili (ENI, 2023), e promuove politiche di inclusione e rispetto culturale verso i Sámi (ENI, 2022).
Le nuove rotte artiche, seppur ancora stagionali e incerti, potrebbero rivoluzionare i flussi commerciali tra Europa e Asia, rappresentando una sfida e un’opportunità per l’Italia, hub mediterraneo integrato nei traffici globali (Byers, 2019). Resta però un quadro complesso, con condizioni climatiche estreme, rischi ambientali e controversie territoriali, soprattutto tra Russia e Cina (Limes, 2021).
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha complicato ulteriormente il contesto geopolitico, rallentando le attività del Consiglio Artico e sospendendo la cooperazione con Mosca da parte degli altri Stati artici (NATO Review, 2023). In questo scenario frammentato e militarizzato, l’Italia mantiene una posizione equilibrata, promuovendo la cooperazione dove possibile e rafforzando il dialogo con alleati transatlantici. Diplomazia discreta, solidità scientifica e prudenza strategica si confermano strumenti chiave per consolidare la presenza italiana nel Grande Nord.
In sintesi, l’Italia si è ritagliata uno spazio credibile e rispettato nell’Artico, con un approccio sobrio, multilaterale e tecnologicamente avanzato. La sinergia tra scienza, diplomazia, industria e attenzione alle istanze locali rende il suo ruolo nel futuro della regione sempre più centrale. Nell’era della transizione ecologica e delle rivalità globali, la politica estera italiana trova nell’Artico un terreno dove esprimere la propria vocazione: un Paese che coniuga competenza, responsabilità e capacità di mediazione.
Conclusioni
Un tempo ai margini della mappe e dell’immaginario collettivo, l’Artico è oggi al centro delle trasformazioni globali. Le sue distese bianche, che per secoli hanno respinto l’uomo e custodito silenzi ancestrali, si rivelano ora come teatro di una doppia metamorfosi: climatica e geopolitica. Il riscaldamento globale ha infranto l’illusione dell’eternità polare, trasformando il ghiaccio da barriera invalicabile a soglia di passaggio.
Su questa nuova geografia in mutamento, la politica disegna assetti inediti. L’Artico diventa uno spazio “liquido” non solo fisicamente, ma anche simbolicamente: luogo ambivalente di cooperazione e competizione, di scienza e sfruttamento, di diritto internazionale e ambizioni sovrane.
In questo contesto nasce la metafora del “Mediterraneo Artico”: un bacino semi-chiuso che, come il suo omonimo meridionale, unisce più che separare, favorisce il transito, catalizza tensioni. Ma, a differenza del Mediterraneo storico, ricco di popolazioni e culture, l’Artico resta una soglia rarefatta: fragile nelle infrastrutture, nelle relazioni sociali, nella governance. Eppure, proprio sotto il ghiaccio che si ritira, si profila una nuova centralità: quella di un mare che connette Europa, Asia e America, accorciando distanze e riscrivendo equilibri.
In questo contesto, la dicotomia tra Stati rivieraschi e Stati osservatori diventa sempre più dinamica. I primi cercano di consolidare la propria sovranità nazionale, attraverso estensioni della piattaforma continentale e presenze militari silenziose ma crescenti. I secondi, rivendicano il principio della gestione multilaterale, chiedendo che l’Artico venga riconosciuto come bene comune globale, sul modello, seppur mai pienamente replicabile, dell’Antartide. E qui si gioca una partita delicatissima, che chiama in causa il ruolo dell’UNCLOS come architrave giuridica, ma anche il futuro del multilateralismo in un’epoca di nazionalismi risorgenti. A differenza del Trattato Antartico del 1959, che ha congelato le sovranità a sud in nome della scienza e della cooperazione pacifica, l’Artide è rimasto immerso nel diritto ordinario, soggetto a rivendicazioni, delimitazioni, sfruttamento. È questo che rende la regione così vulnerabile: la sua apertura coincide con una assenza di vincoli condivisi.
Il rischio è che la regione si trasformi in un nuovo teatro di confronto, in cui l’affermazione di presenza fisica (attraverso basi, porti, rompighiaccio, esplorazioni) prevalga sulla diplomazia, sul diritto, sulla tutela ambientale e delle popolazioni indigene. Un’escalation silenziosa, ma implacabile, che potrebbe tramutare il “Mediterraneo Artico” da spazio di opportunità condivise a zona di frizione permanente, rievocando i fantasmi della Guerra Fredda, ma con una posta in gioco nuova: il fragile equilibrio climatico del pianeta.
Eppure, non tutto è scritto. La storia recente dimostra che anche in regioni contese da decenni, come il Mare di Barents, è stato possibile raggiungere accordi pragmatici, come quello firmato tra Russia e Norvegia nel 2011. Il futuro dell’Artico dipenderà dalla capacità degli Stati di scegliere tra la via della competizione ad alta intensità e quella della gestione funzionale e dello sviluppo sostenibile
L’Artico è divenuto uno specchio del XXI secolo: riflette le tensioni tra sovranità e globalità, tra economia e ambiente, tra cooperazione e scontro. Ma è anche il luogo in cui si gioca, in scala concentrata, il futuro delle relazioni internazionali.
Là dove il ghiaccio si assottiglia, si dischiude lo spazio per una nuova geografia del potere e dell’umanità. Se l’Antartide ha rappresentato l’utopia realizzata di una convivenza ambientale globale, l’Artico è il banco di prova della nostra maturità politica. Una prova ancora in corso. E tutta da scrivere.
Bibliografia
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